Partecipazione al corso della conta dei carboidrati di una nostra delegazione.

Si è concluso da poco il corso “io, persona che conta…“, un corso di formazione rivolto alle persone con Diabete di tipo 1, provenienti da tutte le parti d’Italia; anche noi, Associazione Fand Chioggia abbiamo voluto partecipare in maniera attiva a questo corso di formazione, importantissimo per il paziente affetto da Diabete.

È importante sottolineare quanto la nostra associazione abbia messo a disposizione in questi giorni: a cominciare dalle esenzioni a noi proposte per il trasporto e l’alloggio, che ci hanno permesso di vivere in continua sicurezza e serenità, all’interno della struttura nel centro congressi di Perugia.

Il corso prevedeva sia una formazione individuale, in quanto ognuno di noi dovrebbe saper gestire la propria malattia in maniera indipendente e autonoma; sia una formazione e un confronto all’interno di un gruppo di lavoro con esercizi ben strutturati.

Il metodo di lavoro si è concentrato soprattutto con un approccio teorico, pratico e operativo, per dare modo alle varie persone di non assimilare le varie nozioni, non solo a livello teorico, ma anche pratico, potendosi mettere in gioco nelle varie situazioni e poter essere d’esempio per gli altri.

È importante, nella vita di noi diabetici, avere una corretta alimentazione, formata efficacemente da una buona terapia nutrizionale, pertanto è importante sapere come strutturare una giusta dieta efficace alla terapia insulinica. In questi tre giorni di formazione, questa è stata solo la base solida per permettere la comprensione della “conta dei carboidrati”.

La conta dei carboidrati (CHO) è uno dei vari approcci utilizzati per la terapia medica nutrizionale del diabete nelle persone che hanno un trattamento insulinico.

Consiste nello sviluppare la capacità di conteggiare il quantitativo in grammi dei carboidrati consumati, in modo da poterne controllare la quantità assunta, e di poter quindi adattare la terapia insulinica alla quota di carboidrati che si vuole consumare ai pasti.

Molto spesso le persone con diabete non vengono sensibilizzate e formate abbastanza da poter proporre una terapia alimentare basata sulla conta dei carboidrati, questo perchè molto spesso il concetto “spaventa”. Molto spesso a questi metodi si associa un sovraccarico di lavoro, da eseguire e tenere a mente, soprattutto. Molto spesso si pensa a una sorta di “compiti per casa”, quindi un lavoro che spesso e volentieri si associa ad uno studio, ad una costante verifica e analisi di ciò che succede alla nostra glicemia, conoscenza su cosa potrebbe o non potrebbe influenzare la nostra curva glicemica, e infine una comprensione che renda concreto l’operare attraverso questo metodo terapico.

Bisogna pensare, però, a quali benefici potrebbe comportare l’utilizzo della terapia della conta dei cho, e cioè, attraverso l’attività svolta, che tutto ciò- potrebbe rendere la dieta alimentare più flessibile e renderci consapevoli di ciò che influenza in maniera determinante la nostra glicemia.

Il corso si è presentato ben strutturato, rispettando e dando la precedenza alla nozioni di base, come saper riconoscere gli alimenti contenenti i carboidrati, e andando piano piano verso quella che é la consapevolezza nel riconoscere quanti cho sono presenti negli alimenti della quotidianità. Molto importante sono stati i metodi di pesatura degli alimenti, necessari quando ci potremmo trovare un una situazione nuova ed estranea, lontani da casa, e non abbiamo a disposizione una bilancia, fondamentale per una corretta conta. Non meno importante è stata la lezione sull’utilizzo delle nuove piattaforme online e applicazioni che concernano in un calcolo molto più rapido è gestibile di quelli che sono gli alimenti che ci si presentano a tavola.

Insomma, un corso che ha avuto uno sguardo a 360°, indispensabile per il diabete che vive oggi, con la digitalizzazione e con le nuove terapie alimentari.

È doveroso ringraziare FAND Nazionale, in particolar modo la nostra DIABETICO GUIDA e vice presidentessa Fand Nazionale, Manuela Bertaggia, organizzatrice del I corso per la conta dei carboidrati assieme al suo gruppo di lavoro composto di gente preparata e con grande passione.

Alberto Bonivento

GIORNATA MONDIALE DEL DIABETE 2021.

La giornata mondiale del diabete cade il 14 novembre di ogni anno, ed é stata istituita nel 1991 dall’IDF e dall’OMS in omaggio alla data di nascita di Frederick Banting che ha scoperto l’insulina nel 1922.
Nel mese di novembre, in più di 60 paesi del mondo, si svolgono campagne di sensibilizzazione e prevenzione, dove vengono coinvolte associazioni di volontari, medici, infermieri e pazienti, proprio per far capire alla popolazione quanto importante sia la conoscenza per prevenire, diagnosticare tempestivamente e gestire al meglio questa malattia, che sta diventando una vera e propria pandemia.
Il blu é il colore scelto, a livello internazionale, come simbolo della GMD e, in questa giornata, si illuminano di blu ospedali e monumenti in moltissime città del mondo.

Municipio di Chioggia


L’Associazione diabetici di Chioggia ha richiesto l’illuminazione di blu, nelle giornate 12, 13 e 14 novembre, dello storico Palazzo Comunale del nostro antico borgo chioggiotto.
Sabato 13 novembre, dalle ore 7.30 alle ore 13.00, davanti al Palazzo Comunale in Corso del Popolo, è stato allestito un gazebo sia informativo, con la consegna di opuscoli, che di screening glicemico gratuito a tutta la popolazione. Sono state eseguite 225 glicemie e rilevate 10 persone con glicemia alta che non sapevano di averla. Questo a conferma di quanto sia il sommerso nella patologia diabetica, malattia alquanto subdola che spesso viene diagnosticata quando già le complicanze sono arrivate.

CENTRO PER IL PIEDE DIABETICO: PRESTATE CURE A 15 MILA PAZIENTI .

Si è svolto stamattina, in occasione della Diabetic Foot Awareness Week, l’incontro di presentazione del reparto, aperto nel 2003 e diventato un punto di riferimento regionale e nazionale.

Dalla sua apertura, nel 2003, il Centro per il Piede Diabetico del Policlinico Abano Terme si è preso cura di 15 mila pazienti. Il reparto, l’unico in Italia dotato di posti letto dedicati, eroga oltre 10 mila prestazioni l’anno tra visite e medicazioni ed effettua una media di 800 ricoveri. Sono questi alcuni dei dati evidenziati oggi durante la conferenza stampa svoltasi nella struttura sanitaria veneta in occasione della Diabetic Foot Awareness Week, promossa da D-Foot International (www.d-foot.org) per sensibilizzare la popolazione sull’offerta di servizi disponibili per la cura di questa complicanza della malattia diabetica. La significativa casistica, la presa in carico caratterizzata da un approccio multidisciplinare e la una corposa produzione di letteratura medico-scientifica hanno reso questo centro, nel tempo, un punto di riferimento regionale e nazionale.

Il bilancio dell’attività è stato presentato da Antonio Petruzzi, amministratore delegato del Policlinico Abano Terme, e da Enrico Brocco, direttore del Centro per il Piede Diabetico. All’incontro sono intervenuti anche Manuela Bertaggia, coordinatrice delle associazioni di pazienti diabetici del Veneto e vicepresidente della FAND – Associazione Italiana Diabetici, Maria Marangon, presidente dell’Associazione Diabetici di Chioggia, e Federico Barbierato, sindaco di Abano Terme.

Lo staff

“Il nostro Centro – ha sottolineato Antonio Petruzzi, amministratore delegato del Policlinico – offre un percorso di cure completo e una presa in carico multidisciplinare per il paziente affetto da piede diabetico in grado di trattare i casi più complessi, tanto che da anni rappresenta un punto di riferimento a livello regionale e nazionale. Vanta un’attività che ha consentito di pubblicare studi e articoli sulle più prestigiose riviste scientifiche nazionali e internazionali. Il Centro, inoltre, non ha mai smesso di lavorare neanche nel periodo più difficile della pandemia seguendo i pazienti e offrendo loro senza interruzione tutto il nostro know-how clinico, tecnologico e assistenziale”.

Il Centro nel dettaglio

Il reparto della struttura sanitaria di piazza Cristoforo Colombo è situato al piano terra e occupa l’intera area Blu, con ingresso dal varco 3, in modo da poter assicurare ai pazienti, spesso costretti in sedia a rotelle o in barella, un accesso senza ostacoli. Il Centro è dotato di ambulatori e di una sala operatoria. Inoltre, la sezione di Radiologia Interventistica dispone di due sale angiografiche dove vengono eseguite le rivascolarizzazioni endovascolari. Una delle due sale è ibrida, adatta cioè alle rivascolarizzazioni contemporanee chirurgica ed endovascolare qualora siano necessarie. La dotazione strumentale diagnostica, inoltre, è costituita da un ecografo con sonde vascolari e da due ossimetri transcutanei per misurare la saturazione di ossigeno a livello del piede.

Infine, l’équipe dell’unità operativa è costituita da 6 medici, 2 podologi, 2 responsabili infermieristici e gruppi infermieristici dedicati sia al reparto degenze che all’ambulatorio. Vi lavorano, in particolare, medici diabetologi o internisti con abilità chirurgiche, radiologi interventisti, ortopedici, podologi, infermieri e tecnici ortopedici. Il centro si avvale anche della consulenza di specialisti chirurghi vascolari, radiologi, infettivologi e nefrologi.

  “Quello del Policlinico Abano è un servizio di eccellenza del nostro territorio – ha dichiarato Federico Barbierato, sindaco di Abano Terme -, che evidenzia, numeri alla mano, l’impegno del Policlinico e dei suoi operatori per offrire le migliori cure alle persone affette da piede diabetico. E’ importante metterne in evidenza l’attività e creare sinergie con le istituzioni e le associazioni di riferimento. Un modo, questo, per orientare al meglio chi ne ha bisogno e i care-giver e dare risposte in termini di salute e presa in carico ai più alti livelli”.
Visita angiografia

La patologia

Il diabete è una delle malattie croniche più diffuse nei paesi industrializzati e può causare neuropatia periferica, con perdita di sensibilità al dolore e al calore, e complicanze vascolari agli arti inferiori (arteriopatia diabetica) che, se non curate adeguatamente, nel 15% dei pazienti possono dare origine a ulcere e lesioni della cute a rischio d’infezione. Il paziente deve dunque essere preso in carico precocemente, fin dall’esordio dei primi problemi, in quanto nei casi più gravi si può arrivare anche all’amputazione del piede e della gamba.

“Alla base della patologia – spiega il dottor Brocco – vi è la neuropatia sensitivo-motoria che causa insensibilità della cute dei piedi, alterando così i meccanismi di difesa contro i traumi, e atrofia dei muscoli con il risultato di modificare la forma dei piedi, creando aree di conflitto con il suolo e con le calzature”. Su tali aree solitamente si sviluppano ipercheratosi, che sono meccanismi cutanei di difesa, che, se non vengono rimosse, portano alla lesione della cute.

“L’eventuale presenza di ischemia critica – aggiunge lo specialista -, cioè di una riduzione di afflusso sanguigno causata dall’occlusione di un’arteria, impedisce una rapida guarigione e favorisce l’insorgenza di infezioni. In tal modo, da una lesione si rischia frequentemente di passare alla gangrena, ovvero una necrosi dei tessuti, con conseguenza gravi per il piede e talora per il paziente. Negli anni abbiamo trattato più di 15mila soggetti diabetici e l’analisi degli indicatori di risultato evidenzia che l’arto è stato salvato nel 95% dei casi, una percentuale che ci pone tra i primi centri in Italia”. Da ricordare, inoltre, che nei pazienti amputati, l’aspettativa di vita non supera i 5 anni.

Il fattore “tempo”

Per prevenire le conseguenze più invalidanti, è fondamentale poter valutare le lesioni nella loro fase precoce, in modo da mettere in atto il prima possibile gli interventi di correzione dei fattori di rischio.

La prevenzione primaria mira a rimuovere quelle che sono le condizioni pre-ulcerative prima che si formino lesioni o una volta che, curata una lesione, il paziente torni a deambulare. Ciò avviene nell’Ambulatorio di Podologia in cui vengono ispezionati i piedi, identificate e rimosse ipercheratosi o patologie ungueali, valutata la circolazione mediante esame obiettivo e tecniche strumentali.

“Qualora, invece, il paziente giunga alla nostra attenzione con una lesione o uno stato di patologia più avanzato già in atto – spiega il direttore del Centro -, si agisce procedendo alla diagnosi, all’identificazione delle condizioni patologiche in atto, ad esempio ischemia o infezione, intervenendo con la necessaria sollecitudine se non con urgenza già in ambulatorio con piccoli interventi di drenaggio delle infezioni, in attesa di poter ricoverare il paziente”.

Il ricovero

Nei casi più complessi è necessario il ricovero. Il Centro del Policlinico Abano Terme è l’unico in Italia che dispone di posti letto dedicati, che sono in totale 20. Una volta ricoverato, il paziente, a seconda delle necessità, viene sottoposto a trattamenti vascolari, chirurgici o farmacologici.

Si procede, infatti, con la rivascolarizzazione dell’arto malato qualora venga diagnosticata una situazione di stenosi o occlusione delle arterie. “Il radiologo interventista, mediante l’uso di particolari strumenti endovascolari, agisce all’interno delle arterie, le ripulisce e ripristina il lume arterioso. E’ importante sottolineare che oggigiorno si può, grazie alla disponibilità di strumentazioni all’avanguardia, e si deve cercare di arrivare a riaprire i vasi arteriosi fino al piede”, spiega il dottor Brocco.

La chirurgia si utilizza sia in caso di infezione – si suole dire “il bisturi è il miglior antibiotico” -, quando vi sono lesioni, quando è coinvolto l’osso sottostante, se vi sono deformità del piede e nelle fasi post-acute (chirurgia ricostruttiva).

Sia in fase acuta che in fase di prevenzione primaria e secondaria risulta fondamentale lo scarico delle lesioni, delle sedi di intervento o delle pressioni plantari. Ciò si può ottenere mediante tutori, calzature da medicazione, plantari da fase acuta o calzature predisposte o su misura con ortesi plantari su calco e la collaborazione stretta con il tecnico ortopedico risulta necessaria.

L’accesso al Centro

Il paziente può essere inviato dal diabetologo di fiducia o dal Medico di Medicina Generale o può prenotare tramite Cup. Il paziente, in caso di problemi all’arto, può fare un accesso diretto al Pronto Soccorso grazie a un Fast Track diagnostico-terapeutico che prevede la presa in carico diretta da parte dell’Ambulatorio e l’esecuzione di tutti i controlli del caso oltre che di un eventuale ricovero.

Diabete di tipo 2. Individuato il meccanismo alla base: le cellule ‘tartaruga’. Lo studio su JCI.

Lo studio, firmato dai ricercatori della Fondazione Policlinico Gemelli Irccs – Università Cattolica, dimostra che solo i pazienti che hanno un’alterazione nella prima fase di secrezione insulinica (pazienti con cellule ‘tartaruga’), vanno incontro alla comparsa di diabete di tipo 2. Chi ha invece cellule produttrici di insulina ‘lepre’, anche dopo l’asportazione di metà pancreas, non diventa diabetico. Questa ricerca ha permesso di individuare un difetto ‘chiave’ per lo sviluppo del diabete di tipo 2, ora pubblicato sul Journal of Clinical Investigation.

Seguire da vicino la traiettoria del diabete di tipo 2, per comprendere quale sia il fattore ‘X’ alla base della sua comparsa, è un filone di ricerca di non poco conto, alla luce dei 700 milioni di persone affette da questa condizione nel mondo. Per questo suscita attenzione uno studio pubblicato su Journal of Clinical Investigation (JCI) realizzato grazie alla collaborazione tra il gruppo del professor Andrea Giaccari, Responsabile del Centro per le Malattie Endocrine e Metaboliche Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e professore associato di Endocrinologia, Università Cattolica, campus di Roma, e quello del professor Sergio Alfieri, Direttore del Centro Chirurgico del Pancreas della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e Ordinario di Chirurgia Generale all’Università Cattolica.

La ricerca ha consentito di dimostrare che per lo sviluppo del diabete di tipo 2 è molto più importante una cattiva funzionalità delle cellule beta del pancreas (quelle che producono insulina), che non un’improvvisa riduzione del loro numero, come quella che si determina a seguito di un intervento di rimozione parziale del pancreas (pancreasectomia parziale), che dimezza il patrimonio di cellule beta. E la disfunzione che può determinare la comparsa di diabete è una rallentata secrezione di insulina in risposta all’aumento della glicemia da parte di cellule beta ‘tartaruga’, quella che gli esperti chiamano alterazione della prima fase di secrezione insulinica.
“Nella storia naturale della comparsa del diabete di tipo 2 – spiega in una nota il primo autore, la dottoressa Teresa Mezza, ricercatrice in Endocrinologia, UOC Endocrinologia e Diabetologia del Gemelli diretta dal professor Alfredo Pontecorvi – insulino-resistenza e deficit di secrezione di insulina si modificano continuamente nel tempo, ed è impossibile capire quale delle due variabili sia più importante. Con l’intervento chirurgico modifichiamo sperimentalmente solo una delle due variabili, nello stesso identico modo in tutti i pazienti. Con un intervento di pancreasectomia parziale, in termini di evoluzione della malattia diabetica, è un po’ come fare in due mesi quello che la natura fa nell’arco 20 anni”.

Gli interventi chirurgici stanno insegnando molto sulla genesi del diabete; questo studio dimostra che, anche asportando mezzo pancreas a un paziente che non ha insulino-resistenza (cioè non è sovrappeso/obeso), né deficit di secrezione di insulina, quel soggetto non diventerà diabetico. Ai fini del mantenimento di una buona glicemia dunque, non conta quanto pancreas viene rimosso, ma che quello che resta funzioni bene.

“L’innovatività di questo filone di ricerca – spiega il professor Andrea Giaccari, autore senior dello studio – risiede soprattutto nel non studiare persone che hanno già il diabete, ma persone che sono a rischio di svilupparlo, confrontando dati in vitro e in vivo e cercando di capirne i meccanismi. Questo è possibile solo lavorando in un grande Policlinico come il Gemelli, al fianco di una eccellenza nella chirurgia del pancreas come quella diretta dal professor Alfieri”.

La ricerca pubblicata su JCI ha coinvolto 78 pazienti candidati a intervento di duodeno-pancreasectomia, che sono stati sottoposti a test da carico di glucosio (OGTT) e a clamp iperglicemico, prima e dopo l’intervento per andare a valutare l’effetto ‘acuto’ della riduzione delle cellule beta pancreatiche, sulla comparsa di diabete. L’asportazione parziale del pancreas (duodeno-pancreasectomia) dimezza infatti il ‘corredo’ di cellule beta pancreatiche, produttrici di insulina, che i pazienti hanno a disposizione.

I risultati di questo studio suggeriscono che, a determinare la comparsa di diabete, sarebbe in particolare l’incapacità delle cellule beta di reagire prontamente con la secrezione di insulina all’aumento di glicemia che si verifica dopo un pasto (difetto della prima fase rapida di secrezione insulinica). E dunque, i soggetti portatori di queste cellule beta dai ‘riflessi’ rallentati (cellule ‘tartaruga’) sono quelli più predisposti a diventare diabetici. Una predisposizione questa che si ‘annida’ nelle pieghe del Dna; sono stati infatti individuati almeno dieci geni ‘tartaruga’ in grado di ‘intorpidire’ la secrezione insulinica da parte delle cellule beta.

Un fattore fondamentale per il determinismo del diabete di tipo 2 è dunque l’incapacità delle cellule beta di secernere insulina in maniera veloce; chi ha cellule dai riflessi ‘rapidi’ (cellule ‘lepre’) è protetto dal diabete, chi invece è portatore di cellule beta ‘lente’ (cellule ‘tartaruga’) a rispondere alle variazioni di glicemia, più facilmente andrà incontro al diabete in caso di riduzione del numero delle cellule produttrici di insulina.

E la pandemia di obesità che affligge il mondo è un grande ‘rivelatore’ dei soggetti portatori di queste cellule dai riflessi ‘lenti’, perché l’obesità mette in campo un altro importante fattore di rischio per il diabete di tipo 2, l’insulino-resistenza, cioè l’incapacità di tessuti e organi bersaglio dell’insulina di rispondere ai comandi di questo ormone, per superare la quale le cellule beta devono produrre sempre più insulina.

Fonte

Diabete. Nel 70% dei pazienti c’è un rischio molto alto di sviluppare un evento cardiovascolare.

Il dato nella nuova Monografia degli Annali dell’Associazione medici diabetologi che analizza la stratificazione della prevalenza del rischio cardio-vascolare nelle persone con diabete. Il presidente Di Bartolo: “superare l’inerzia terapeutica per intervenire efficacemente sulle fasce a rischio per una migliore gestione della patologia”.

Delle oltre 490 mila persone con diabete monitorate ogni anno nei Centri di diabetologia italiani, il 65% dei soggetti con diabete tipo 1 e più del 78% dei soggetti con diabete tipo 2 sono a rischio molto alto di sviluppare un evento cardio-vascolare. La causa è da ricercarsi in un sottoutilizzo dei farmaci antidiabetici con azione specifica nella prevenzione del rischio cardiovascolare, il cui impiego è raccomandato dalle Linee Guida della Società Europea di Cardiologia (ESC).
 
Il dato è emerso dalla recente Monografia Annali dell’Associazione medici diabetologi (Amd) “Profili assistenziali nei soggetti con DM1 e DM2 in relazione al rischio cardiovascolare”. L’analisi ha evidenziato come solo il 10% dei soggetti con diabete di tipo 2 risulta in trattamento con gli inibitori SGLT2 e solo il 6% con i GLP1-RA. Di contro, il 70% dei pazienti è in trattamento con la metformina, oltre il 20% con un inibitore del DPP-IV e circa il 16% con le sulfaniluree, mostrando una certa resistenza rispetto all’utilizzo delle terapie innovative raccomandate come prima scelta di trattamento per i soggetti esposti a rischio cardiovascolare elevato o molto elevato.
La Monografia ha preso in esame le persone con diabete monitorate ogni anno nei 258 Centri di diabetologia italiani aderenti al database Annali Amd e ha valutato l’assistenza fornita sulla base dei livelli di intensità e appropriatezza farmacologica per il diabete e per i fattori di rischio cardiovascolare e della qualità di cura. L’analisi tiene conto delle Linee Guida ESC-EASD (European Association for the Study of Diabetes), che identificano tre fasce di rischio cardiovascolare – molto elevato, elevato e moderato – sulla base di specifiche caratteristiche, quali malattia aterosclerotica accertata, danno d’organo e fattori di rischio multipli.

“La fotografia scattata dall’analisi Amd evidenzia una non completa traduzione nella pratica clinica di ciò che dimostrano i risultati dei trial di sicurezza cardiovascolare. Solo una esigua percentuale delle persone con diabete a rischio molto elevato di danno cardiovascolare risulta in trattamento con un SGLT2-i (10%) e con un GLP1-RA (6%), classi di farmaci che hanno mostrato i maggiori benefici in termini di riduzione del rischio cardiovascolare” commenta Basilio Pintaudi, Coordinatore del Gruppo di Lavoro Amd Real World Evidence. “Sulla base del “Q Score” in grado di predire l’incidenza successiva di eventi cardiovascolari, l’analisi ha poi valutato la qualità di cura complessiva ed è emerso che ad una qualità di cura più bassa corrisponde un maggiore rischio cardiovascolare – conclude Pintaudi.

“Da oltre 10 anni l’iniziativa Annali Amd fornisce un quadro sui profili assistenziali delle persone con diabete di tipo 1 e 2 e sull’evoluzione della qualità dell’assistenza. Le previsioni ci dicono che le persone con diabete tenderanno ad aumentare e, complice il progressivo invecchiamento della popolazione, aumenterà il numero di pazienti a rischio cardiovascolare più elevato – dice Paolo Di Bartolo, Presidente Amd. “Si tratta di una sfida alla quale il nostro Ssn deve essere in grado di rispondere attraverso soluzioni strategiche costo-efficaci. È auspicabile – conclude – che la diabetologia italiana sia disposta a vincere l’inerzia terapeutica così da mettere in atto una pratica clinica più conforme a quanto le evidenze scientifiche dimostrano in modo non più equivocabile: le nuove terapie sono in grado di cambiare la storia del diabete, aiutando a tenere sotto controllo la malattia e scongiurare gravi complicanze”.

Fonte Quotidiano sanità

Il braccialetto salvavita AIDme per tutti i diabetici dell’associazione diabetici di Chioggia.

Un bracciale per salvare la vita ai diabetici di Chioggia. E’ l’importante progetto dell’Associazione dei diabetici del centro lagunare che sarà realizzato grazie al contributo dell’Assessorato Regionale della Sanità e dell’assistenza sociale (FINANZIAMENTO DI INIZIATIVE E PROGETTI A RILEVANZA REGIONALE PROMOSSI DA ORGANIZZAZIONI DI VOLONTARIATO E ASSOCIAZIONI DI PROMOZIONE SOCIALE), con la collaborazione dell’A.ULSS 3 Serenissima. Il progetto presentato dall’associazione diabetici di Chioggia “Salviamo la vita con un braccialetto” è stato approvato e con grande soddisfazione l’operato dei volontari dell’associazione, sempre attivi al servizio del paziente, nel 2021, sarà caratterizzato dallo sviluppo di questa nuova idea.

Oltre ad essere fragile perché affetta da malattia cronica, la persona con diabete è sempre più anziana e molto spesso ha bisogno del caregiver (ovvero la persona che dedica assistenza e quindi si occupa di lei). Non è facile per il caregiver, o per un famigliare che sta accanto al malato cronico ricordarsi la terapia, gli orari di somministrazione dell’insulina o più semplicemente quando si devono prendere le pastiglie. Attraverso una memoria contenuta nel bracciale sarà possibile prendere immediata visione di tutti i dati fondamentali per far fronte alle eventuali emergenze e quindi salvare la vita al paziente.

 “La necessità di avere i dati sempre con sé e che, in caso di bisogno, le persone che stanno vicino ai malati di  diabete, possano aiutarle nella gestione della loro malattia” secondo la presidente dell’associazione Maria Teresa Marangon, “è fondamentale. Diventa vitale avere un accessorio che con un piccolo gesto possa dare le informazioni sulle patologie di cui una persona è affetta, nel caso, per esempio di ipoglicemia inavvertita.  E proprio per questo motivo abbiamo pensato alla distribuzione di braccialetti salvavita che siano accessibili a tutti e facili da gestire nell’inserimento dei dati”

AIDme è un innovativo bracciale ipoallergenico e resistente all’acqua, che utilizza il TAG AIDNFC come metodo di trasmissione dati a chiunque abbia uno smartphone abilitato. Contiene tutte le informazioni medico-sanitarie relative alla persona che lo indossa e che la stessa ha deciso di inserire per renderli visibili, in caso di necessità, a chiunque avvicini il proprio dispositivo cellulare al logo che si trova sul bracciale, senza scaricare alcuna APP specifica. Il TAG AIDNFC consente di inserire i dati personali più rilevanti, le informazioni mediche e di emergenza, per la salute e la sicurezza delle persone, quali: patologie, terapie farmacologiche in uso, allergie, intolleranze farmacologiche e alimentari, gruppo sanguigno, consenso/diniego alla donazione di organi e midollo, nominativi e numeri telefonici da chiamare in caso d’emergenza, foto identificativa, dati optometrici, HRV e il risultato del test Covid-19.

Abbiamo pensato di distribuire il braccialetto a tutti i circa 3.000 pazienti che afferiscono al servizio di diabetologia accompagnandolo con l’educazione all’uso, la consegna di una brochure informativa  e, se si dovesse presentare la necessità, anche inserendo i dati, naturalmente con l’avvallo del paziente.

“Il diabete è una malattia silente e subdola che colpisce una grossa fetta della popolazione – dice il direttore generale dell’Ulss 3 Serenissima Giuseppe Dal Ben -. Avere al polso uno strumento salvavita come questo, capace di assorbire tante informazioni al suo interno, come gli orari e il dosaggio dell’insulina o gli avvisi per i farmaci che devono essere assunti durante il giorno, aiuta a prevenire molte delle emergenze tipiche per chi soffre di questa patologia, come gli attacchi ipoglicemici. Siamo felici, quindi, di contribuire alla buona riuscita del progetto ‘Salviamo la vita con un braccialetto’”. 

Tutti i volontari, educati dal medico alla preparazione del paziente e presenti a turni, al servizio di diabetologia, avranno il compito, durante la consegna del braccialetto di riprendere i punti importanti della gestione del diabete e dei fatti avversi che caratterizzano la vita con questa patologia, come gli episodi di ipoglicemia.

VACCINI ANTI SARS-COV-2 E DIABETE: PRIMI DATI CONFORTANTI.

La domanda è semplice: il vaccino funzionerà nei soggetti con diabete e iperglicemia? La domanda non è banale per due motivi. Il primo è che il paziente con diabete appartiene ad una categoria a rischio che in caso di sviluppo di polmonite da COVID-19 ha mostrato un doppio aumento del rischio di ricovero in un’unità di terapia intensiva e un triplo aumento del rischio di mortalità ospedaliera. Sarà quindi presumibilmente coinvolto precocemente nella campagne di vaccinazioni e potrebbe giovarsene maggiormente in termini di bilancio rischio beneficio. Il secondo è che non è scontato che la capacità di montare una risposta immunitaria valida dopo vaccinazione non sia influenzata dalla presenza di iperglicemia e diabete. Malattie o trattamenti che influenzino il funzionamento del sistema immunitario potrebbero modificare la capacità di risposta al vaccino. Il diabete e l’iperglicemia sono associati a modificazioni del sistema immunitario che possono riguardare anche la risposta anticorpale. Il DRI ha recentemente pubblicato che la risposta anticorpale nel paziente con diabete nei soggetti ospedalizzati con COVID-19 è sovrapponibile in termini di tempistica con quella dei soggetti non diabetici e associata a protezione in termini di mortalità. Ulteriori dati sono stati sottomessi per la pubblicazione inerenti la capacità protettiva della risposta e la sua durata. Questi dati nel loro insieme fanno ben sperare che anche la risposta anticorpale  in caso di vaccinazione non sia ostacolata dalla presenza del diabete. In questi giorni sono stati resi disponibili i dati di efficacia e di sicurezza di due vaccini, entrambi ad mRNA, sottoposti alla valutazione per approvazione da parte delle agenzie regolatorie come FDA ed EMA: BNT162b2 e mRNA-1273. Sono quindi disponibili i primi dati di sicurezza e di efficacia sulle popolazioni ad alto rischio che includono anche i soggetti con diabete.

Per il vaccino BNT162b2  il 7.8% (2940 su 37586) dei soggetti coinvolti presentava una condizione di diabete senza complicazioni croniche e lo 0.6% (169 su 37586) diabete con complicanze croniche. L’efficacia del vaccino su tutta la popolazione ha mostrato una protezione del 95% (90.3-97.6%) e valori equivalenti sono stati ottenuti nei soggetti con diabete (94.7%).

Per il vaccino mRNA-1273 il 9.7% (2858 su 27817) dei soggetti coinvolti presentava una condizione di diabete. L’efficacia del vaccino su tutta la popolazione ha mostrato una protezione del 94.5% (83.7-97.3%) e valori equivalenti sono stati ottenuti nei soggetti con diabete (100%).

Per entrambi i vaccini non si sono evidenziate problematiche di sicurezza specifiche nella popolazione dei soggetti con diabete.

Quali sono i limiti degli attuali dati? Seppur i primi dati sono molto confortanti bisognerà aspettare l’estensione della vaccinazione ad una numerosità maggiore di soggetti con diabete per avere risposte definitive. Inoltre, al momento mancano alcuni dati importanti sui soggetti con diabete reclutati quali ad esempio la stratificazione per fasce di età, il tipo di diabete, il tipo di terapia in atto, la durata della malattia, il compenso glicometabolico al momento della vaccinazione. Infine, come anche per i soggetti non diabetici, si ha a disposizione un tempo di osservazione ancora breve e dati per la popolazione pediatrica.

Al netto degli attuali limiti, i primi risultati sono molto confortanti e giustificano ancora di più l’inserimento della popolazione diabetica tra quelle che possano beneficiare della somministrazione del vaccino.

Il Diabetes Research Institute dell’Ospedale San Raffaele di Milano coglie l’occasione per ringraziare tutti coloro che danno  fiducia alla nostra ricerca sostenendola con iniziative di supporto e donazioni e ricorda che le conoscenze sulla malattia COVID-19 e le vaccinazioni per la sua prevenzione sono in continua evoluzione e le informazioni disponibili possono essere soggette a variazioni rilevanti nel tempo.

Fonte

Si inaugura oggi il 28° congresso nazionale della Società Italiana di Diabetologia SID ‘ La SID in movimento’. Nonostante il Covid.

Un’edizione all’insegna di un grande fermento culturale e di importanti alleanze con tante società scientifiche, in primis con l’Associazione Medici Diabetologi AMD.

Sarà il primo congresso nella storia della Società Italiana di Diabetologia a tenersi in formato virtuale. Ma la SID non ha mai ‘chiuso per COVID’ e ha continuato a svolgere regolarmente le sue tante attività scientifiche e di formazione per tutto l’anno, sia in presenza che da remoto. E anche il 28° congresso nazionale SID offrirà dal 2 al 5 dicembre una serie di letture e di sessioni, sia live che registrate, di eccellente livello scientifico e di grande interesse per l’aggiornamento clinico.

“ Il biennio 2018-2020 della mia presidenza – ricorda il professor Francesco Purrello , presidente SID – è stato caratterizzato, tra l’altro, dal rafforzamento del ruolo della SID nell’ambito della formazione, una delle eccellenze della Società anche negli anni passati. Ma in questo biennio si è guardato maggiormente al coinvolgimento di altre componenti culturali dell’area medica, ad esempio la cardiologia, la nefrologia, l’epatologia. Questo perché, anche alla luce dei meccanismi d’azione di nuove classi di farmaci antidiabete, è risultato chiaro che il ruolo del diabetologo debba essere centrale anche in questi ambiti e che la collaborazione con gli altri specialisti di area medica deve essere realizzata sin dalle fasi iniziali della malattia, per prevenire le complicanze più pericolose del diabete, adesso che se ne ha la possibilità. Sempre di più quindi, con orgoglio del suo ruolo chiave, il diabetologo deve proporsi come partner indispensabile nella gestione di questi pazienti, anche in presenza di un buon controllo metabolico, sganciandosi definitivamente dal vecchio ruolo di ‘glicemologo’. Il tema del congresso, ‘la SID in movimento’, vuole anche descrivere questo movimento culturale di cui la Società si è fatta promotrice, e​ che sono sicuro sarà mantenuto e rafforzato nel prossimo futuro. Ringrazio tutto il Consiglio Direttivo e l’eccezionale staff della Società per avermi aiutato e supportato in questi 30 mesi”.

L’edizione 2020 presenta anche una grande novità: la rinnovata e rinsaldata sinergia con l’Associazione Medici Diabetologi (AMD) che ha collaborato alla stesura del programma scientifico e partecipa fattivamente al congresso con una serie di sessioni congiunte AMD-SID in live streaming dedicate ai vari aspetti dell’argomento più gettonato dell’anno: ‘diabete e COVID’. Sempre in collaborazione con AMD, anche la sessione dedicata al prossimo aggiornamento delle linee guida per la gestione del diabete. “ Le tante attività sviluppate congiuntamente nel corso di questo impegnativo periodo – sottolinea Paolo Di Bartolo , presidente AMD – hanno sancito l’esistenza di una ‘unica’ diabetologia nazionale, della quale AMD e SID sono i motori, con vocazioni e attitudini forse in parte differenti, ma sempre sinergiche e complementari per l’obiettivo più rilevante, il miglioramento della qualità della cura”.

Ma le alleanze non si esauriscono qui; il congresso vedrà infatti la partecipazione di numerose società scientifiche , quali la Società Italiana di Cardiologia ( SIC ), la Società Italiana delle Scienze Motorie e Sportive ( SISMES ), la Società Italiana di Nefrologia ( SIN ), la Società Italiana di Endocrinologia ( SIE ),l’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato ( AISF ) e la Società Italiana di Andrologia e Medicina della Sessualità ( SIAMS ). Il leitmotiv di questa edizione, ‘La SID in movimento’ , sarà declinato ad altissimi livelli, a partire dalla lettura magistrale ‘ Cibo ed esercizio fisico come medicina: meccanismi metabolici e molecolari‘ affidata al professor Luigi Fontana (Università di Sidney), uno dei massimi esperti di longevità a livello mondiale. Sempre improntato al tema del movimento è un importante documento congiunto AMD-SID-SISMES sulla prescrizione dell’attività fisica nelle persone con diabete, che sarà presentato in una sessione apposita (sabato 5 dicembre).E ancora, il documento congiunto SID-SIC sulla gestione del rischio cardiovascolare nel diabete. Gli altri temi del congresso sono stati selezionati tra gli hot topics del momento in campo diabetologico: dagli effetti metabolici dell’immunoterapia oncologica, alle nuove strategie di somministrazione dei farmaci, dalla medicina di precisione nel diabete, al ruolo del microbioma, dalle nuove tecnologie applicate al diabete, dalle twincretine, all’immunoterapia nel diabete di tipo 1, alle omiche ed epiomiche nel diabete. Infine,

al termine del congresso, il professor Francesco Purrello che ha guidato la SID dal 2018 ad oggi, cederà il testimone al professor Agostino Consoli , che ricoprirà la carica di presidente della Società Scientifica per il prossimo biennio.

“ Non sarà facile – afferma il professor Agostino Consoli – eguagliare il lavoro del professor Purrello, cui va il profondo ringraziamento mio personale e della SID tutta, che nel momento forse più difficile per il Paese e per il suo Sistema Sanitario ha saputo far coraggiosamente progredire il lavoro della Società. La SID è rimasta vicino ai diabetologi aiutandoli a mantenere il loro elevato livello culturale e clinico e promuovendo una serie di iniziative che li aiutasse ad essere vicini alle persone con diabete, in questo momento così complicato per tutti, ma per i portatori di malattie croniche in particolare. Continueremo su questa strada, partendo da questo congresso, nuovo e diverso per tanti aspetti ma che, grazie ad un programma così eccellente e completo e grazie anche alla partecipazione di AMD, non potrà che essere un successo. Continueremo promuovendo ulteriormente il ruolo della SID come motore della ricerca sul diabete in Italia e come faro della formazione di eccellenza sulla malattia diabetica e sulle purtroppo numerose patologie ad essa collegate. Continueremo, in piena sintonia e sinergia con AMD, nella costruzione di una diabetologia sempre più eccellente e sempre più capace di mettere tutte le tecnologie innovative, da quelle informatiche a quelle bio- ingegneristiche a quelle farmacologiche, al servizio della razionalizzazione delle risorse, della efficienza dei percorsi di cura e, in definitiva, del benessere delle persone con diabete”.

Il professor Agostino Consoli è il nuovo presidente SID I punti salienti del suo programma di presidenza per il prossimo biennio.

Al termine del congresso nazionale 2020 della Società Italiana di Diabetologia (SID), il professor Agostino Consoli , ordinario di Endocrinologia, Dipartimento di Medicina e Scienze dell’Invecchiamento, Università ‘G. d’Annunzio’ di Chieti e responsabile della UOC Territoriale di Endocrinologia e Malattie Metaboliche della AUSL di Pescara prenderà le redini della società scientifica, diventando il presidente della SID per il biennio 2020- 2022. Queste, in sintesi, le linee programmatiche della sua presidenza.

Contribuire all’ulteriore crescita culturale e scientifica della diabetologia italiana. Lanciare una ‘ Quest for excellence ’. “La diabetologia italiana ha un livello culturale eccellente – afferma il professor Consoli – che bisogna tuttavia costantemente ed ulteriormente far crescere. Il diabetologo italiano deve continuare ad essere un medico a tutto tondo, deve trattare la persona con diabete e non solo la sua glicemia, deve rappresentare un punto di riferimento obbligato anche per gli altri specialisti che si occupano delle persone con diabete, con i quali dovrà istituire sempre più ampie collaborazioni”.

Favorire il processo di modernizzazione della diabetologia, ottimizzando lo sfruttamento delle tecnologie e favorendo la razionalizzazione dei percorsi e delle risorse. Secondo il presidente Consoli “il diabetologo deve essere in grado di sfruttare quotidianamente e in modo adeguato tutte le tecnologie informatiche, bio-ingegneristiche e farmacologiche a disposizione. Questo favorirà la razionalizzazione delle risorse. Il tempo del diabetologo sarà utilizzato al meglio se, a viaggiare, saranno più i dati che le persone. Per questo però dovrà sempre di più e meglio interagire in rete non solo con il paziente, ma anche con la medicina generale e gli altri specialisti, in maniera da fare da hub anche informatico per la persona con diabete. Sarà inoltre fondamentale potenziare sempre più quei processi di conservazione dei dati che consentano poi di analizzarli e valorizzarli al meglio, sulla scia di quello chela SID sta facendo con il database Darwin e con il progetto ARNO”.

E’ necessaria una sempre più ampia collaborazione con tutti gli stakeholder , diretti ed indiretti, che ruotano intorno al problema Diabete. “ In primis con l’Associazione Medici Diabetologi (AMD), società scientifica non più cugina, ma sorella, anzi, sorella siamese (dove va l’una, non può non andare l’altra) – ribadisce Consoli – e con la Società Italiana di Endocrinologia (SIE). Ma anche in strettissima collaborazione con Diabete Italia, con FAND e con le altre associazioni rappresentanti le persone con diabete ed il volontariato. Assoluta sinergia di intenti con la medicina generale, con la quale è necessario fare rete; puntiamo inoltre alla creazione di percorsi condivisi, sia clinici che formativi, con i colleghi di altre specialità (soprattutto cardiologi, nefrologi e gastroenterologi). Nella straordinaria scia della passata presidenza del professor Francesco Purrello, continueremo con un denso programma di formazione ed aggiornamento , cercando anche di concepire ed applicare forme di comunicazione e di trasmissione della conoscenza che siano ancor più efficaci ed efficienti e che vadano anche al di là di webinar e corsi ECM”.

Dare un ulteriore impulso alla ricerca . “E’ quanto cercheremo di fare – annuncia il neo-presidente – attraverso progetti quali il GOLDEN AGE e il database Darwin. Il Progetto GOLDEN-AGE, presentato dalla SID, si è aggiudicato un importante finanziamento di 1,4 milioni di euro, essendo risultato uno dei soli quattro vincitori (su oltre un centinaio di application ) del bando AIFA per la ricerca indipendente. ottenendo un contributo finanziario di 1,4 milioni di euro. Il progetto, che avrà una durata triennale, prevede un confronto intraclasse tra farmaci SGLT2 inibitori, in termini di efficacia e sicurezza negli anziani. Il principal investigator è il professor Angelo Avogaro ed il Comitato Scientifico è composto da Gian Paolo Fadini (co-principal investigator), Matteo Monami, Antonio Nicolucci, Sabrina Prudente, Giovanni Targher ed Itamar Raz (esperto internazionale) oltre ovviamente al sottoscritto. Lo studio parte adesso, avrà una durata triennale e coinvolgerà circa 30 centri di diabetologia italiani. Abbiamo inoltre previsto un aggiornamento e potenziamento del database DARWIN, partito due anni fa, che ha raccolto nel tempo una serie di dati clinici e farmacologici di pazienti diabetici, trattati presso decine di centri italiani. Questo database rappresenta una preziosa fonte di informazioni real world anche sul trattamento farmacologico e l’analisi dei dati in esso contenuti ha già prodotto una serie di pubblicazioni – conclude Consoli – abbiamo ovviamente intenzione di andare avanti su questa strada e sviluppare ulteriori realworld analyses , anche in collaborazione con partner istituzionali o privati”.

Ufficio Stampa SID

che sono sicuro sarà mantenuto e rafforzato nel prossimo futuro. Ringrazio tutto il Consiglio Direttivo e l’eccezionale staff della Società per avermi aiutato e supportato in questi 30 mesi”.

Decifrata ‘firma immunitaria’ diabetici più a rischio Covid.

diabete e covid-19

Un prelievo sangue per predire pazienti che avranno forma grave.

Verso la possibilità di predire i pazienti diabetici più a rischio in caso di Covid: identificata, infatti, una firma immunitaria nei diabetici ricoverati per Covid che permetterebbe di prevedere il rischio individuale di finire in terapia intensiva. È il risultato di un lavoro pubblicato sulla rivista EMBO Molecular Medicine da ricercatori francesi dell’Inserm, dell’AP-HP e dell’Università di Parigi.
    Fin dai primi mesi della pandemia di Covid-19, il diabete di tipo 2 è stato identificato come un fattore di rischio per lo sviluppo di una forma grave della malattia e una maggiore mortalità. Capire il perché e identificare i biomarcatori per prevedere quali pazienti diabetici progrediranno verso una forma grave di Covid-19 che richiede la rianimazione è quindi una priorità per gestirli meglio e aumentare le loro possibilità di sopravvivenza.
    Il diabete di tipo 2 è caratterizzato anche da uno stato infiammatorio cronico, che porta al rilascio da parte del tessuto adiposo di molecole riconosciute come “segnali di pericolo” dal sistema immunitario. Di conseguenza la risposta immunitaria diviene eccessiva, portando a infiammazione dapprima localizzata e poi sistemica.
    Gli esperti francesi hanno sviluppato uno studio in ambiente ospedaliero condotto presso il “Centre Universitaire du Diabète et de ses Complications” con l’obiettivo di comprendere meglio il legame tra lo stato infiammatorio di soggetti con diabete e positivi al virus, e il rischio di sviluppare una forma grave di Covid-19. Gli scienziati hanno esaminato la risposta immunitaria di 45 pazienti ospedalizzati con Covid-19, 30 dei quali avevano il diabete di tipo 2. Tra i partecipanti a questo studio, il 35% dei pazienti diabetici ha sviluppato la malattia in forma grave che ha richiesto la rianimazione, rispetto al 25% dei non diabetici.
    I ricercatori hanno analizzato campioni di sangue di tutti i partecipanti e scoperto che i pazienti colpiti più gravemente (tutti, indipendentemente dal diabete) avevano un numero inferiore di linfociti (un tipo di cellula immunitaria) rispetto ai pazienti che non erano stati in terapia intensiva. In particolare, il team ha osservato un livello particolarmente basso di linfociti citotossici CD8+, cellule immunitarie particolarmente coinvolte nella risposta antivirale.
    Ma non è tutto, i pazienti diabetici in rianimazione hanno anche un livello più basso di ‘monociti’ (un altro tipo di globuli bianchi) nel sangue. Sono stati osservati anche cambiamenti nella morfologia di queste cellule immunitarie, che avevano una dimensione media maggiore rispetto a quelle dei pazienti non diabetici. Infine, i ricercatori hanno trovato una maggiore presenza di marcatori infiammatori, potenti molecole antivirali.
    Quindi, se i medici vedono una diminuzione dei monociti e un cambiamento di forma in queste cellule, hanno la possibilità di identificare i pazienti che richiederanno un ulteriore follow-up e potenzialmente un posto in rianimazione.
    “Questi risultati hanno una potenziale importanza clinica, se confermati in altre casistiche – sottolinea in un commento all’ANSA Francesco Purrello, diabetologo dell’Università di Catania e Presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID). Poter predire in tempo i pazienti diabetici a maggior rischio di decorso complicato ed esito infausto, ci permetterebbe di iniziare fin da subito cure aggressive per anticipare il peggioramento delle condizioni cliniche – continua. Va sottolineato che in tutte le casistiche mondiali, i pazienti con cattivo controllo della malattia (scarso compenso glico-metabolico) erano quelli con maggiore rischio di morte. I nostri sforzi quindi sono tesi da un lato a prevenire la malattia in questi soggetti “fragili”, dall’altro a individuare al più presto delle caratteristiche che ne indicherebbero una maggiore probabilità di complicanze”, conclude Purrello.

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