Diabete: dall’impegno di “Health Next Generation” un aiuto per piegare la malattia .

A cent’anni dalla scoperta dell’insulina, molto è stato fatto in termini di ricerca e cura delle persone con diabete, ma molto è ancora da fare per migliorare gli outcome clinici, la prevenzione e la riduzione delle complicanze della malattia. Questi i temi al centro dell’Italian Diabetes Barometer Forum di quest’anno, in vista anche delle opportunità offerte dal Pnrr
 
Organizzato da IBDO Foundation e Intergruppo Parlamentare “Obesità e Diabete”, in collaborazione con Anci Comunicare, l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e con il contributo non condizionato di Novo Nordisk nell’ambito del programma Changing Diabetes, l’evento, dal titolo “Diabetes and Health Next Generation”, è occasione di confronto per Istituzioni ed esperti

Ogni 10 minuti una persona con diabete ha un infarto, un ictus o sviluppa un deficit visivo importante, ogni 52 minuti subisce un’amputazione e ogni 4 ore entra in dialisi. A cent’anni dalla scoperta dell’insulina, che ricorre quest’anno, molto è stato fatto in termini di ricerca e cura delle persone con diabete, ma molto è ancora da fare nella sfida contro questa malattia cronica, che colpisce quasi quattro milioni di italiani, per migliorare gli outcome clinici, la prevenzione e la riduzione delle complicanze. Su questi temi, e non solo, si confronteranno oggi pomeriggio esponenti di Istituzioni, società scientifiche ed esperti durante il 14esimo Italian Diabetes Barometer Forum, dal titolo “Diabetes and Health Next Generation”, con esplicito riferimento al principale strumento messo in campo dall’Unione Europea per disegnare il futuro del vecchio continente e affrontare l’impatto economico e sociale della pandemia: il programma Next Generation EU da 750 miliardi di euro. L’evento è organizzato da Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation (IBDO Foundation) e Intergruppo Parlamentare “Obesità e Diabete”, in collaborazione con Anci Comunicare, l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e con il contributo non condizionato di Novo Nordisk, nell’ambito del programma Changing Diabetes.

“Nell’ultimo anno, la pandemia dovuta al Covid-19 ha colpito duramente chi soffre di malattie croniche, tra cui le persone con diabete, evidenziando da un lato la fragilità del sistema di presa in carico territoriale e la disparità di accesso alle cure nelle diverse regioni, ma dall’altro l’importanza di alcune innovazioni e semplificazioni nell’assistenza alle persone con malattie croniche, che devono essere strutturate e diventare parte integrante del sistema sanitario, non solo in fase emergenziale”, spiega Paolo Sbraccia, Vice Presidente IBDO Foundation.

E proprio a causa di diverse criticità emerse durante la pandemia, come le disparità territoriali nell’erogazione dei servizi, in particolare in termini di prevenzione e assistenza sul territorio, l’inadeguata integrazione tra servizi ospedalieri, servizi territoriali e servizi sociali e i tempi di attesa elevati per l’erogazione di alcune prestazioni, il Governo italiano ha previsto nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che si inserisce all’interno del programma Next Generation EU, specifiche misure e interventi per il rafforzamento del sistema sanitario. Infatti, la sesta missione del Pnrr vede oggi stanziati circa 20 miliardi di euro per intervenire in particolare su due direttrici, in ambito sanità: lo sviluppo di una rete territoriale sempre più vicina alle persone e l’ammodernamento delle dotazioni tecnologiche del sistema sanitario nazionale.

Un sistema di prossimità non sempre adeguato, infatti, ha non solo ridotto la capacità di gestione delle persone che hanno contratto il Covid, ma ha portato a gravi mancanze nell’assistenza delle persone con altre malattie, come diabete, tumori, malattie cardiovascolari. Durante i mesi di emergenza, spesso è venuta meno la prevenzione, l’accesso alle cure e la continuità assistenziale, con conseguenze anche gravi che, protraendosi, potrebbero aggravare la fragilità del sistema, motivo per cui è fondamentale intervenire subito. “Auspichiamo che il Pnrr favorisca un cambio di rotta nelle politiche sanitarie nazionali con l’attribuzione di maggiore attenzione alla necessità di organizzare e potenziare l’assistenza territoriale. Il fatto che i finanziamenti complessivi previsti per la sanità territoriale superino quelli per la sanità ospedaliera, ci fa ben sperare in questo senso”, afferma Gerardo Medea, Responsabile nazionale area prevenzione e metabolica Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie – SIMG.

“Anche noi diabetologi auspichiamo un’adeguata allocazione di risorse per il potenziamento di questo assetto organizzativo, con particolare attenzione all’integrazione tra assistenza sanitaria di base e specialistica, in cui sono fondamentali il riconoscimento del ruolo del medico di medicina generale e quello della rete italiana dei Servizi di diabetologia, ospedalieri e territoriali, un’integrazione che sta alla base del percorso diagnostico terapeutico assistenziale e di un modello di gestione della malattia che si è dimostrato efficace nel ridurre morbilità, ricoveri e contenere la spesa sanitaria complessiva”, aggiunge Paolo Di Bartolo, Presidente Associazione Medici Diabetologi – AMD.

“Un ridisegno strutturale e organizzativo della rete dei servizi, soprattutto nell’ottica di rafforzare l’ambito territoriale di assistenza, è reso necessario dal cambiamento negli anni dei bisogni di salute della popolazione, con una quota crescente di persone anziane e malattie croniche”, spiega Agostino Consoli, Presidente della Società Italiana di Diabetologia – SID. “Un contributo importante può essere dato dall’innovazione tecnologica, in particolare per spostare il fulcro dell’assistenza sanitaria dall’ospedale al territorio, attraverso modelli assistenziali incentrati sul cittadino e facilitando l’accesso alle prestazioni sul territorio nazionale. I servizi resi possibili dalla telemedicina sono fondamentali in tal senso, contribuendo ad assicurare equità nell’accesso alle cure nei territori remoti, un supporto alla gestione delle cronicità e una migliore continuità della cura attraverso il confronto multidisciplinare”, conclude.

“La pandemia ha dato un significativo impulso all’attuazione della telemedicina, evidenziandone i potenziali benefici come complemento alle tradizionali prestazioni assistenziali. Il suo impiego nella assistenza alla persona con diabete dovrà da ora in poi far parte dello standard di cura del diabete attraverso strumenti digitali sempre più versatili e affidabili, anche per garantire la protezione dei dati personali”, dice Francesco Giorgino, Presidente della Società Italiana di Endocrinologia – SIE, che aggiunge “Rispetto ad altri settori, la telemedicina in diabetologia è già molto utilizzata, ma non in maniera organica. Per questo con il Pnrr, oltre all’ammodernamento strutturale, confidiamo avvenga un’armonizzazione dei sistemi utilizzati, quale presupposto alla interoperabilità dei servizi e come requisito per il passaggio da una logica sperimentale a una logica strutturata di utilizzo diffuso dei servizi di telemedicina”.

Per raggiungere gli obiettivi del Pnrr, oltre agli investimenti, sarà necessario rivisitare l’attuale modello di sistema sanitario, per limitare il rischio di una frammentazione delle iniziative progettuali a discapito del risultato complessivo auspicato. Walter Ricciardi, Presidente World Federation of Public Health Association, affronterà questo tema nella sua lettura “Ripensare al modello di sanità”; come ha già spiegato in altre sedi, Ricciardi ipotizza la necessita di ridisegnare la governance del Ssn, con rapporti più equilibrati fra Stato e Regioni. Il ruolo della tecnologia, non per sostituire i medici, ma perché sia un valido aiuto anche per una “umanizzazione” delle cure, sarà invece al centro dell’intervento di Luca Pani, Professore di Farmacologia dell’Università di Modena e Reggio Emilia nella sua lettura “La rivoluzione digitale in medicina”.

“Il diabete come paradigma della cronicità può diventare un modello per riprogettare l’approccio del nostro Sistema Sanitario Nazionale alle malattie croniche non trasmissibili, agendo su nuovi modelli di integrazione territoriale e equo accesso ai servizi sanitari in tutte le regioni, eliminando le diseguaglianze di accesso alle diagnosi, alle cure e ai trattamenti innovativi presenti oggi e che sono stati resi ancora più evidenti dalla pandemia”, afferma Roberto Pella, Presidente Intergruppo parlamentare “Obesità e Diabete” e Vicepresidente vicario ANCI.

“Questa catastrofe globale che abbiamo vissuto con la pandemia, paradossalmente, rappresenta un’opportunità per superare vecchi e nuovi limiti del nostro sistema sanitario. Per farlo, sarà fondamentale guardare al passato per non commettere più gli stessi errori, ma con un occhio al futuro al fine di consegnare un Paese migliore alle generazioni future”, commenta Renato Lauro, Presidente dell’Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation. “Il Pnrr è fondamentale per le nuove generazioni. Penso che l’Italia abbia tutte le caratteristiche per sfruttare al meglio i fondi a disposizione e che i giovani e il lavoro debbano essere il centro di questo piano”, aggiunge Orazio Schillaci, Rettore dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”.

“Una sfida che dobbiamo assolutamente vincere, per questo abbiamo deciso di incentrare il Forum di quest’anno sulle possibilità offerte dal Next Generation EU”, conclude Lauro.

Ufficio stampa IBDO
HealthCom Consulting

DIABETE: DISPONIBILE IN ITALIA NUOVO SISTEMA IBRIDO AD ANSA CHIUSA PER SOMMINISTRAZIONE AUTOMATICA DI INSULINA.

Grazie ad un algoritmo che auto-apprende, a un microinfusore dall’elevata accuratezza di erogazione e un sensore in grado di misurare ogni 5 minuti i livelli di glicemia, DBLG1 System è in grado di somministrare autonomamente i corretti quantitativi di insulina aumentando il tempo in cui il paziente riesce a stare in un range glicemico ottimale.

Il diabete è una malattia che condiziona la vita quotidiana delle persone che ne soffrono e necessita di un monitoraggio costante e di continue attenzioni terapeutiche. La difficile gestione di questa malattia e, in particolare, della terapia insulinica, fa sì che oltre 7 persone su 10 con diabete di tipo 1 non raggiungano un buon controllo glicemico.1

“Nonostante i progressi nelle terapie, con insuline sempre più performanti, e dispositivi con tecnologie avanzate, solo il 30 per cento delle persone con diabete di tipo 1 ha valori di emoglobina glicata inferiori al 7 per cento secondo i dati degli Annali 2020 e tra quelli che non raggiungono il target desiderato, ben il 35 per cento è francamente scompensato, con valori di emoglobina glicata superiori a 8 per cento”, dice Paola Ponzani, Dirigente Medico Responsabile della SSD Diabetologia e Malattie Metaboliche ASL 4 Chiavarese (GE).

Da oggi, è disponibile anche in Italia, per medici e persone con diabete di tipo 1, DBLG1 System, un nuovo sistema ibrido ad ansa chiusa per la somministrazione automatica di insulina (AID), che permette di agevolare significativamente la gestione del diabete migliorando i risultati clinici, grazie all’integrazione del microinfusore Accu-Chek Insight, del sistema di monitoraggio in continuo del glucosio Dexcom G6 e dall’algoritmo DBLG1 inserito in un dispositivo portatile.

“I sistemi ibridi ad ansa chiusa segnano un importante passo avanti nell’evoluzione verso il pancreas artificiale, permettendo l’erogazione automatica di insulina giorno e notte, in risposta ai valori glicemici riscontrati dal sensore, con la richiesta di intervento del paziente solo al momento del pasto, quando deve inserire la quantità di carboidrati assunti. Da un punto di vista clinico, questi sistemi, basati sull’utilizzo di algoritmi di intelligenza artificiale, permettono di mantenere il paziente più a lungo all’interno del range glicemico considerato a target, ossia tra 70 e 180 mg/dl, di ridurre la variabilità glicemica e, soprattutto, le ipoglicemie. Per una persona con diabete questo vuol dire un miglioramento del proprio benessere e della qualità di vita, sia per il minor rischio di ipoglicemia sia per una riduzione del peso che comporta la gestione della propria malattia, ma nel lungo termine implica anche una riduzione del rischio di complicanze grazie al miglior compenso metabolico”, spiega Ponzani.

“Grazie ai tre elementi che compongono DBLG1 System, l’insulina viene erogata automaticamente attraverso il microinfusore sulla base delle elaborazioni fatte in tempo reale dall’algoritmo che riceve le misurazioni glicemiche dal sensore e sulla base dei dati inseriti dal paziente. L’algoritmo DBLG1 calcola la quantità corretta di insulina da erogare, regola la velocità dell’insulina basale o somministra un bolo di correzione automatico quando necessario – spiega Serena Ferrari, Marketing Director Roche Diabetes Care Italy. DBLG1 System ha dimostrato di aumentare il tempo che una persona con diabete rimane nel range glicemico corretto, rispetto ad un sistema senza questo tipo di algoritmo, promettendo un significativo miglioramento della qualità di vita. Inoltre, l’algoritmo è dotato di un sistema di machine learning, ovvero che impara dagli eventi che ricorrono ad esempio in concomitanza dei pasti e dell’attività fisica e che gli permette di prevedere l’andamento glicemico suggerendo le dovute correzioni di insulina”.

Il sistema, oltre ad essere personalizzabile attraverso parametri individuati insieme al proprio medico, permette di trasmettere e memorizzare le misurazioni effettuate, sulla piattaforma web YourLoops, dove sia il medico sia il paziente possono visualizzare i dati, permettendo così un’ottimizzazione dei tempi di visita e la possibilità di gestione del paziente da remoto.

Gli studi clinici sul DBLG1 – continua Paola Ponzani – hanno mostrato risultati molto promettenti. In particolare, si è osservato un aumento del 10 per cento che equivale a circa 2 ore al giorno, del tempo trascorso dal paziente nel range target e una riduzione del 2 per cento del tempo trascorso in ipoglicemia, ossia 30 minuti in meno al giorno. Nella mia esperienza questi risultati confermano l’impatto positivo che questo sistema ha sulla qualità di vita dei miei pazienti”.

“DBLG1 System è il primo esempio ma non l’unico, della Vision di Roche Diabetes Care basata sull’implementazione dell’integrated Personalised Diabetes Management (iPDM), che permette di personalizzare la gestione del diabete sulle vere necessità dei pazienti, in modo da offrire loro un reale sollievo dalla malattia attraverso lo sviluppo di dispositivi, servizi e prodotti digitali messi in connessione tra loro – dichiara Rodrigo Diaz de Vivar Wacher, Amministratore Delegato Roche Diabetes Care Italy. L’approccio olistico dell’iPDM si basa su un ecosistema aperto che promuove la collaborazione con tutti gli stakeholder e che consente di unire le nostre soluzioni e le soluzioni dei nostri partner. In questo, DBGL1 System è il frutto della partnership tra diverse aziende ed è un chiaro segnale del nostro impegno a collaborare apertamente per poter perseguire questa Vision legata all’iPDM. Come Roche siamo, quindi, orgogliosi di poterci impegnare quotidianamente in progetti così ambiziosi come DBLG1 System che vogliono portare un reale sollievo a tutte le persone con diabete, ovunque esse siano”.

DBLG1 System

Il DBLG1 System è un sistema ibrido ad ansa chiusa per la somministrazione automatizzata di insulina accurato, semplice e pratico, indicato per persone con diabete di tipo 1 con età superiore ai 18 anni, con un fabbisogno insulinico totale giornaliero (TDD) inferiore a 90 unità e in terapia con insulina ad azione rapida 100 UI/ml.

Il sistema, costituito da tre componenti, monitora in continuo il valore il glucosio nel sangue e calcola la quantità di insulina necessaria rilasciandola in modo automatico. È definito ibrido poiché i pazienti devono inserire manualmente le informazioni sui pasti e l’attività fisica.

Le tre componenti sono:

  1. Dexcom G6: il dispositivo che può essere posizionato in diverse aree del corpo e attraverso il sensore posto al di sotto della cute, misura in continuo i livelli di glucosio (Continuous Glucose Monitoring – CGM), inviando ogni cinque minuti il valore rilevato al dispositivo DBLG1 tramite Bluetooth Low Energy (BLE). Il sensore non necessita di calibrazioni.
  2. Microinfusore Accu-Chek Insight: sistema automatizzato e portatile per la somministrazione sottocutanea di insulina con cartuccia pre-riempita dall’elevata accuratezza di erogazione.
  3. Dispositivo portatile DBLG1: l’algoritmo è inserito in un dispositivo portatile dedicato che collega il sensore e il microinfusore, automatizzando le decisioni relative all’erogazione di insulina. Necessita di una semplice configurazione iniziale con solo quattro informazioni specifiche definite dal diabetologo. Grazie alla modalità loop, i dati raccolti dal sensore sono elaborati dall’algoritmo predittivo ogni cinque minuti, definendo in questo modo automaticamente la quantità di insulina basale e i boli di correzione, che verranno erogati dal microinfusore senza che il paziente debba intervenire. È necessario che il paziente inserisca giornalmente i pasti e l’attività fisica affinché l’algoritmo possa personalizzare sempre più la terapia insulinica. Infatti, l’algoritmo, grazie alla Machine Learning, impara giorno dopo giorno, permettendo così un’ottimizzazione della terapia insulinica sulla base di eventi ricorrenti. In caso di necessità, la modalità loop può essere disattivata momentaneamente e, in quel caso, il sistema erogherà il profilo basale di sicurezza, ma tutti i boli (correttivi e prandiali) potranno essere inviati manualmente dal dispositivo DBLG1 senza agire sul microinfusore.

I dati raccolti e trasmessi dal DBLG1 System sono memorizzati sulla piattaforma web YourLoops, accessibile da PC e da smartphone, che fornisce una visione completa e in tempo reale al paziente e, se necessario, anche al medico.

Grazie alla SIM card con traffico dati precaricata nel dispositivo portatile DBLG1 non è necessario effettuare alcun scarico dei dati, contribuendo così all’ottimizzazione dei tempi di visita e alla facilitazione della gestione da remoto.

DBLG1 System contribuisce a minimizzare il rischio di ipoglicemia grazie all’intervento predittivo sulla riduzione della basale, fino alla sua eventuale sospensione e anche grazie alle raccomandazioni automatiche di carboidrati di emergenza prima ancora di un eventuale episodio ipoglicemico. Inoltre, favorisce l’ottimizzazione del tempo trascorso in normo-glicemia (Time In Range – TIR), uno dei principali obiettivi del trattamento del diabete di Tipo 1.

Grazie a ciò, il DBLG1 System semplifica la gestione quotidiana del diabete potendo favorire una migliore qualità di vita.

HealthCom Consulting

Roche Diabetes Care Italy

Settimana mondiale della tiroide dal 24 al 30 maggio.

TIROIDE E PANDEMIA DA COVID: FACCIAMO CHIAREZZA

6 MILIONI GLI ITALIANI CON PROBLEMI

OCCHIO ALLA TIROIDE: ORBITOPATIA O MORBO DI BASEDOW

PAZIENTI IN CERCA DELLA PROPRIA IDENTITÀ

“Con la pandemia è ancora più importante mantenere in buona salute la tiroide rivolgendosi al proprio medico senza trascurare alcun campanello di allarme”, spiega Luca Chiovato, Presidente Associazione Italiana della Tiroide, AIT e coordinatore e responsabile scientifico della Settimana Mondiale della Tiroide. “Questa ghiandola svolge importanti funzioni per il nostro organismo come la regolazione del metabolismo, il controllo del ritmo cardiaco, la forza muscolare e il corretto funzionamento del sistema nervoso centrale e periferico. Per converso, la malattia da Covid-19 può alterare la funzione tiroidea creando ulteriori problemi diagnostici e terapeutici. Per questo il tema scelto per la Settimana Mondiale della Tiroide 2021 presentata oggi con il patrocinio dell’Istituto Superiore di Sanità, ISS è ‘TIROIDE E PANDEMIA DA COVID’ per cercare di dare risposta alle tante domande che le persone con una malattia tiroidea si fanno in questo periodo e individuare quali siano le patologie tiroidee che possano rendere il paziente più ‘fragile’ nei confronti della malattia da Sars-CoV2. Il principale obiettivo della Settimana è sensibilizzare la popolazione in merito ai problemi connessi alle malattie della tiroide e alla loro prevenzione: sono infatti oltre sei milioni gli italiani che soffrono di un problema a questa ghiandola così fondamentale per il buon funzionamento di tutto il nostro corpo”.

La Settimana Mondiale della Tiroide 2021, che si svolgerà dal 24 al 30 maggio, è promossa dalle principali società scientifiche endocrinologiche, mediche e chirurgiche, quali l’Associazione Italiana della Tiroide  – AIT,  la Società Italiana di Endocrinologia – SIE, l’Associazione Medici Endocrinologi – AME, la Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica – SIEDP, l’Associazione Italiana Medici Nucleari – AIMN, la Società Italiana Unitaria di Endocrino Chirurgia – SIUEC, la Società Italiana di Gerontologia e Geriatria – SIGG, insieme al Comitato delle Associazioni dei Pazienti Endocrini – CAPE e il supporto della European Thyroid Association-ETA ed è sostenuta con un contributo incondizionato da Ibsa Farmaceutici Italia, Merck Serono e Eisai.

“Per i pazienti con morbo di Basedow, la pandemia ha rappresentato un’ulteriore difficoltà in un percorso già ad ostacoli. Il morbo di Basedow si manifesta con un eccesso di ormoni tiroidei e il processo infiammatorio che ne è la causa può estendersi anche all’orbita causando il quadro clinico comunemente noto come ‘esoftalmo’ “spiega Francesco Frasca, Rappresentante della European Thyroid Association, ETA. “In questi casi bisogna fare molta attenzione anche alla vaccinazione anti- Covid-19 perché la terapia tipica dell’orbitopatia Basedowiana, i cortisonici ad alte dosi per via endovenosa, può vanificare l’effetto del vaccino se questo è somministrato durante il ciclo terapeutico. La cura dell’ipertiroidismo causato dal morbo di Basedow richiede poi controlli clinici frequenti per aggiustare la terapia che, durante le fasi più acute della pandemia, sono stati più difficili da attuare sia per l’impegno degli endocrinologi nell’emergenza Covid, sia per le difficoltà di accesso ai servizi ospedalieri. Per assicurare la cura dei pazienti si è fatto ricorso alla telemedicina nelle sue varie forme e, talora, all’utilizzo di schemi terapeutici, come quello basato sulla contemporanea somministrazione di farmaci anti-tiroidei ad alta dose e tiroxina, che consentono controlli clinici meno ravvicinati”.

“Il paziente con orbitopatia di Basedow”, spiega Emma Bernini, Presidente dell’Associazione Basedowiani e Tiroidei, “è un paziente molto fragile, spesso gravato da ritardi diagnostici e terapeutici a causa della complessità della sua malattia che richiede il supporto di un team medico multidisciplinare (endocrinologo, oculista, radiologo-radioterapista, chirurgo orbitario, chirurgo plastico). In questi pazienti, la maggior parte dei quali sono donne, il danno non è soltanto funzionale sino, nei casi più gravi, alla perdita della vista, ma anche estetico, a causa della sporgenza degli occhi e alla conseguente deformazioni dei tratti del volto. Ciò comporta una dolorosa perdita di identità che si aggiunge alle manifestazioni tipiche della malattia. Una volta controllato l’ipertiroidismo e il processo infiammatorio, la chirurgia “ricostruttiva” dello sguardo e del volto deve quindi essere considerata un irrinunciabile completamento della cura. È quindi auspicabile che il preannunciato potenziamento del servizio sanitario nazionale porti alla creazione di questi team multidisciplinari in sempre più ospedali. La pandemia ci ha infatti insegnato come siano difficili i viaggi della speranza nei pochi centri specializzati spesso presenti in regioni lontane”.

“La pandemia da Covid-19 ha sollevato ulteriori quesiti in relazione al trattamento dei pazienti con patologia oncologica tiroidea, soprattutto nei casi di tumori più aggressivi o avanzati che richiedano farmaci di ultima generazione”, afferma Franco Grimaldi, Presidente Associazione Medici Endocrinologi, AME “e, al fine di ridurre il rischio di contagio nelle strutture ospedaliere, vengono raccomandati per questi pazienti percorsi di diagnosi e cura protetti. In particolare, nei pazienti con carcinoma tiroideo avanzato e in terapia con gli inibitori delle Tirosin-kinasi (TKI) bisogna considerare alcuni importanti aspetti: se questi vengono colpiti da malattia infettiva Covid-19 devono essere considerati pazienti fragili e con un maggior rischio di esiti negativi, compresa la possibilità che l’infezione possa aggravare ulteriormente gli effetti collaterali dei TKI. Questi pazienti inoltre richiedono un continuo monitoraggio clinico, biochimico e strumentale. In ambito pandemico la telemedicina ha svolto un importante un ruolo di supporto evitando l’accesso del paziente negli ospedali e riducendo così il rischio di contagio.  Contestualmente è stato possibile assicurare il supporto necessario per controllare gli effetti collaterali e ottenere l’aderenza alla terapia. Ai pazienti in trattamento attivo deve essere offerta la vaccinazione SARS-CoV2. Quando possibile, la somministrazione del vaccino deve essere eseguita prima dell’inizio della terapia oncologica”.

“La tiroidite di Hashimoto, molto frequente soprattutto nelle donne, pur essendo di natura autoimmune, non è una malattia sistemica e non richiede per il suo trattamento farmaci immunosoppressori; quindi, non espone chi ne è affetto ad un più alto rischio di sviluppare una malattia grave da Covid-19”, continua Francesco Giorgino, Presidente Società Italiana di Endocrinologia, SIE. “Fanno eccezione a questa regola i casi in cui la tiroidite di Hashimoto si associa a due malattie endocrine che più gravemente impegnano l’organismo e il cui trattamento è molto più complesso: il diabete mellito di tipo 1, cioè quello che solitamente colpisce i bambini, i ragazzi e i giovani adulti ed è insulino-dipendente, e la malattia di Addison, che compromette un asse endocrino critico per la sopravvivenza in caso di malattie gravi intercorrenti come quella da Covid-19. Questi pazienti sono considerati veramente fragili e, giustamente, hanno una priorità per la vaccinazione utilizzando le formulazioni a RNA che assicurano una maggiore protezione. Lo stesso dicasi per l’associazione con altre malattie autoimmuni sistemiche come il lupus.  Quindi, la buona notizia è che, salvo i casi associati a patologie autoimmuni più gravi o sistemiche, non sussiste alcun valido motivo per ritenere fragili nei confronti della malattia da Covid-19 i pazienti affetti da tiroidite di Hashimoto, anche quando questi siano in terapia con tiroxina per curare il loro ipotiroidismo”. 

“Rassicuranti sono i dati, ad ora disponibili, sulla popolazione pediatrica affetta da tireopatia come ipotiroidismo congenito o acquisito e ipertiroidismo.  Non emerge infatti un maggior rischio di contrarre l’infezione da Sars-Cov2, né che questi pazienti possano avere una prognosi peggiore in caso di infezione”, afferma Maria Cristina Vigone, Segretario generale Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica, SIEDP. “Però i pazienti con funzionalità tiroidea scompensata, soprattutto in caso di ipertiroidismo, pur non essendo più suscettibili all’infezione da Sars-Cov2, possono avere maggiori complicanze in caso di infezioni. Per questo motivo, in tutti i centri di endocrinologia pediatrica, è stato fatto un grande sforzo per garantire la continuità assistenziale con visite periodiche programmate e, nei casi in cui questo non è stato possibile, attivando modalità alternative come consulenze telefoniche, video-consulenze e servizi di telemedicina. Lo screening dell’ipotiroidismo congenito non ha subito interruzioni o ritardi, così come la cura dei neonati affetti da questa patologia”.

“La malattia da Covid-19 si è rivelata particolarmente aggressiva e con elevata mortalità nei pazienti anziani e soprattutto negli ultraottantenni”, precisa Fabio Monzani, Rappresentante Società Italiana di Gerontologia e Geriatria, SIGG. “La polmonite da Covid-19 si associa ad un quadro di alterata risposta immunitaria che determina la liberazione massiva nel sangue di citochine infiammatorie, responsabili a loro volta di alterazioni dell’asse ipotalamo-ipofisi-tiroide con lo sviluppo della cosiddetta sindrome del malato eutiroideo o sindrome con bassa T3. Dati preliminari ottenuti da un registro nazionale elaborato sotto l’egida della SIGG documentano una prevalenza particolarmente elevata della sindrome del malato eutiroideo, superiore al 50 per cento nei pazienti anziani ricoverati. La comparsa di questo quadro, pur rappresentando una difesa dell’organismo in caso di malattie gravi, ha un valoro prognostico negativo perché si associa ad una maggiore mortalità”.

“L’attuale periodo pandemico, che si sta protraendo da oltre un anno, ha ridotto il ricorso da parte dei pazienti ai programmi di prevenzione e ai controlli periodici sia per quanto riguarda le patologie tiroidee benigne sia, e questo è più preoccupante, per quelle maligne”, continua Celestino Pio Lombardi, Presidente Società Italiana Unitaria di Endocrino Chirurgia, SIUEC. “La paura di ‘andare in ospedale’ per visite e esami ambulatoriali, il contingentamento degli appuntamenti e, in molti casi, la temporanea sospensione dei servizi o la trasformazione dei reparti per ricoveri ‘Covid’, ha causato sia ritardi diagnostici, sia l’allungamento dei tempi per effettuare interventi di tiroidectomia, spesso necessari. Il rischio, in caso di noduli tiroidei tumorali, è l’aumento di dimensioni che, non solo può peggiorare il successivo decorso, ma può rendere impossibile il ricorso alla chirurgia tiroidea mininvasiva e più conservativa, con conseguenze post-operatorie ed estetiche talvolta importanti. La nuova sfida è quindi ‘recuperare il tempo perduto’ intensificando l’attività dei centri di chirurgia endocrina”.

“La medicina nucleare interviene nelle malattie della tiroide non solo per la diagnosi, ma, soprattutto, per la terapia con iodio radioattivo dell’ipertiroidismo e dei tumori della tiroide, una volta trattati chirurgicamente”, afferma Maria Cristina Marzola, Consigliere Associazione Italiana di Medicina Nucleare, AIMN “Da un’analisi eseguita dal gruppo Giovani di AIMN è emerso che, nel corso della pandemia si è verificata una riduzione di tutte le prestazioni di Medicina Nucleare.  Il 19% circa di questa perdita riguarda prestazioni terapeutiche, nel 50% e più dei casi rappresentate dalla terapia con iodio radioattivo per il carcinoma della tiroide. Questo è dipeso sia dalla riduzione degli interventi chirurgici sulla tiroide, come già sottolineato dal Collega Lombardi, sia dalla possibilità, condivisa anche in ambito internazionale, di posticipare di qualche mese la terapia con iodio radioattivo nei casi di carcinoma differenziato della tiroide a basso rischio. Contestualmente, i Centri di Medicina Nucleare hanno innalzato i livelli di protezione e isolamento dei pazienti per evitare che chi avesse assunto lo iodio radioattivo a scopo terapeutico fosse infettato dal virus”.

“La qualità della relazione e della comunicazione tra medico e paziente è un fattore di grande importanza per indirizzare il percorso diagnostico e terapeutico e anche per il buon esito della cura”, conclude Anna Maria Biancifiori, Presidente Comitato delle Associazioni dei Pazienti Endocrini, CAPE. “I pazienti presentano bisogni di contatto, di relazione e di dialogo anche nelle situazioni più compromesse e i curanti, sotto il pesante carico lavorativo imposto dalla pandemia, non sempre hanno avuto le risorse e il tempo per rispondere a questi bisogni. Indubbiamente, le cure hanno subito un rallentamento a causa della pandemia da Covid-19: molti interventi chirurgici sono stati rimandati, la paura del virus ha dissuaso alcuni pazienti dal recarsi in ospedale per i normali controlli e anche per le terapie. Nel contempo, le liste di attesa si sono notevolmente allungate a causa del carico di lavoro delle strutture ospedaliere. L’attenzione a tutte le patologie, in particolare a quelle oncologiche, deve tornare al centro dell’agenda di Governo, dal momento che gli ultimi dati paventano il rischio che nei prossimi anni la mortalità dei pazienti colpiti da tumore aumenti del 20% circa in conseguenza della pandemia”.

In Italia l’andamento dell’epidemia non consente ancora di organizzare le consuete iniziative locali di prevenzione e informazione. Attività di informazione e sensibilizzazione verranno quindi veicolate attraverso la pagina Facebook dedicata “Settimana Mondiale della Tiroide” e il sito www.settimanamondialedellatiroide.it.

Ufficio StampaHealthCom Consulting

Diabete di tipo 2. Individuato il meccanismo alla base: le cellule ‘tartaruga’. Lo studio su JCI.

Lo studio, firmato dai ricercatori della Fondazione Policlinico Gemelli Irccs – Università Cattolica, dimostra che solo i pazienti che hanno un’alterazione nella prima fase di secrezione insulinica (pazienti con cellule ‘tartaruga’), vanno incontro alla comparsa di diabete di tipo 2. Chi ha invece cellule produttrici di insulina ‘lepre’, anche dopo l’asportazione di metà pancreas, non diventa diabetico. Questa ricerca ha permesso di individuare un difetto ‘chiave’ per lo sviluppo del diabete di tipo 2, ora pubblicato sul Journal of Clinical Investigation.

Seguire da vicino la traiettoria del diabete di tipo 2, per comprendere quale sia il fattore ‘X’ alla base della sua comparsa, è un filone di ricerca di non poco conto, alla luce dei 700 milioni di persone affette da questa condizione nel mondo. Per questo suscita attenzione uno studio pubblicato su Journal of Clinical Investigation (JCI) realizzato grazie alla collaborazione tra il gruppo del professor Andrea Giaccari, Responsabile del Centro per le Malattie Endocrine e Metaboliche Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e professore associato di Endocrinologia, Università Cattolica, campus di Roma, e quello del professor Sergio Alfieri, Direttore del Centro Chirurgico del Pancreas della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e Ordinario di Chirurgia Generale all’Università Cattolica.

La ricerca ha consentito di dimostrare che per lo sviluppo del diabete di tipo 2 è molto più importante una cattiva funzionalità delle cellule beta del pancreas (quelle che producono insulina), che non un’improvvisa riduzione del loro numero, come quella che si determina a seguito di un intervento di rimozione parziale del pancreas (pancreasectomia parziale), che dimezza il patrimonio di cellule beta. E la disfunzione che può determinare la comparsa di diabete è una rallentata secrezione di insulina in risposta all’aumento della glicemia da parte di cellule beta ‘tartaruga’, quella che gli esperti chiamano alterazione della prima fase di secrezione insulinica.
“Nella storia naturale della comparsa del diabete di tipo 2 – spiega in una nota il primo autore, la dottoressa Teresa Mezza, ricercatrice in Endocrinologia, UOC Endocrinologia e Diabetologia del Gemelli diretta dal professor Alfredo Pontecorvi – insulino-resistenza e deficit di secrezione di insulina si modificano continuamente nel tempo, ed è impossibile capire quale delle due variabili sia più importante. Con l’intervento chirurgico modifichiamo sperimentalmente solo una delle due variabili, nello stesso identico modo in tutti i pazienti. Con un intervento di pancreasectomia parziale, in termini di evoluzione della malattia diabetica, è un po’ come fare in due mesi quello che la natura fa nell’arco 20 anni”.

Gli interventi chirurgici stanno insegnando molto sulla genesi del diabete; questo studio dimostra che, anche asportando mezzo pancreas a un paziente che non ha insulino-resistenza (cioè non è sovrappeso/obeso), né deficit di secrezione di insulina, quel soggetto non diventerà diabetico. Ai fini del mantenimento di una buona glicemia dunque, non conta quanto pancreas viene rimosso, ma che quello che resta funzioni bene.

“L’innovatività di questo filone di ricerca – spiega il professor Andrea Giaccari, autore senior dello studio – risiede soprattutto nel non studiare persone che hanno già il diabete, ma persone che sono a rischio di svilupparlo, confrontando dati in vitro e in vivo e cercando di capirne i meccanismi. Questo è possibile solo lavorando in un grande Policlinico come il Gemelli, al fianco di una eccellenza nella chirurgia del pancreas come quella diretta dal professor Alfieri”.

La ricerca pubblicata su JCI ha coinvolto 78 pazienti candidati a intervento di duodeno-pancreasectomia, che sono stati sottoposti a test da carico di glucosio (OGTT) e a clamp iperglicemico, prima e dopo l’intervento per andare a valutare l’effetto ‘acuto’ della riduzione delle cellule beta pancreatiche, sulla comparsa di diabete. L’asportazione parziale del pancreas (duodeno-pancreasectomia) dimezza infatti il ‘corredo’ di cellule beta pancreatiche, produttrici di insulina, che i pazienti hanno a disposizione.

I risultati di questo studio suggeriscono che, a determinare la comparsa di diabete, sarebbe in particolare l’incapacità delle cellule beta di reagire prontamente con la secrezione di insulina all’aumento di glicemia che si verifica dopo un pasto (difetto della prima fase rapida di secrezione insulinica). E dunque, i soggetti portatori di queste cellule beta dai ‘riflessi’ rallentati (cellule ‘tartaruga’) sono quelli più predisposti a diventare diabetici. Una predisposizione questa che si ‘annida’ nelle pieghe del Dna; sono stati infatti individuati almeno dieci geni ‘tartaruga’ in grado di ‘intorpidire’ la secrezione insulinica da parte delle cellule beta.

Un fattore fondamentale per il determinismo del diabete di tipo 2 è dunque l’incapacità delle cellule beta di secernere insulina in maniera veloce; chi ha cellule dai riflessi ‘rapidi’ (cellule ‘lepre’) è protetto dal diabete, chi invece è portatore di cellule beta ‘lente’ (cellule ‘tartaruga’) a rispondere alle variazioni di glicemia, più facilmente andrà incontro al diabete in caso di riduzione del numero delle cellule produttrici di insulina.

E la pandemia di obesità che affligge il mondo è un grande ‘rivelatore’ dei soggetti portatori di queste cellule dai riflessi ‘lenti’, perché l’obesità mette in campo un altro importante fattore di rischio per il diabete di tipo 2, l’insulino-resistenza, cioè l’incapacità di tessuti e organi bersaglio dell’insulina di rispondere ai comandi di questo ormone, per superare la quale le cellule beta devono produrre sempre più insulina.

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Diabete: riparte l’avventura del Team Novo Nordisk, alla Milano-Sanremo 2021.

La prima squadra al mondo di ciclisti professionisti con diabete partecipa alla sua sesta Classicissima

«Vogliamo continuare a ispirare, educare e incoraggiare le persone con diabete in tutto il mondo, portando il nostro messaggio di speranza, soprattutto nell’anno in cui si celebrano i 100 anni dalla scoperta dell’insulina»

Nell’anno in cui si celebra il centenario della scoperta dell’insulina, il Team Novo Nordisk, prima squadra al mondo di ciclisti professionisti con diabete, torna a gareggiare nella classica di apertura della stagione ciclistica World Tour: la Milano-Sanremo 2021, che dopo l’inedita parentesi agostana dello scorso anno, causa Covid, si svolgerà, come da tradizione, il sabato del fine settimana di inizio primavera.

Nata nel 2012 da un’idea di Phil Southerland, CEO del Team Novo Nordisk, condivisa prontamente dall’azienda danese, la squadra è cresciuta di successo in successo, sulla base di un obiettivo ben preciso: ispirare, educare e incoraggiare le persone con diabete in tutto il mondo. Se, infatti, cento anni fa, era quasi impensabile che un bambino sopravvivesse alla diagnosi di diabete tipo 1, grazie alla scoperta dell’insulina il diabete è diventato una condizione con cui poter convivere, un compagno di viaggio nel percorso della vita. Nonostante l’innovazione medica degli ultimi 100 anni, tuttavia, ancora oggi la diagnosi di diabete tipo 1 ha spesso un impatto drammatico sulla famiglia, sconvolgendone la normalità. Il Team Novo Nordisk, con le storie dei suoi atleti e delle loro imprese sportive vuole dare un messaggio di speranza ai genitori, e a tutte le persone con diabete.

«Partecipare alla Milano-Sanremo è di per sé un’enorme soddisfazione per tutti i ciclisti», spiega Vassili Davidenko, il non dimenticato campione, oggi Senior Vice President of Athletics & General Manager Team Novo Nordisk. «Tornarvi per la sesta volta, soprattutto quest’anno, in concomitanza con la celebrazione dei 100 anni dalla scoperta dell’insulina, è da brividi», aggiunge. E questo, non solo per gli atleti e lo staff del Team, ma anche per gli 8,5 milioni di fan che lo seguono sui canali social -detto per inciso il numero dei follower del Team su Facebook è di quattro volte superiore a quello dell’insieme di tutte le squadre del World Tour – e per tutte le persone che convivono con il diabete: 3,5 milioni solo in Italia e circa 400 milioni in tutto il mondo.

«Agli inizi della nostra avventura – ricorda Phil Southerland – esisteva qualche pregiudizio: qualcuno pensava che i ragazzi del Team non avrebbero mai potuto gareggiare come atleti professionisti. Oggi questi atleti si preparano a partecipare ancora una volta alla Milano-Sanremo, pronti a dare il massimo e a farsi notare.»

Nella formazione 2021 alla Milano-Sanremo, due italiani: Andrea Peron, 32 anni da Camposanpiero, Padova, veterano della squadra e della Classicissima, e il più giovane Umberto Poli, 24 anni da Verona. Entrambi sono stati già autori di epiche fughe, durate centinaia di chilometri, nelle precedenti edizioni della corsa. «Questi ragazzi, e ogni atleta del Team, possono essere d’esempio e ispirazione per tutti, e crediamo possano non solo sensibilizzare e cambiare i pregiudizi riguardo il diabete, ma anche passare un messaggio importante al pubblico della Milano-Sanremo. E oggi più che mai, visto ciò che stiamo vivendo, c’è bisogno di messaggi positivi, che ispirano e motivano ad andare avanti nonostante gli ostacoli che la vita, a volte, ha in serbo», dichiara Massimo Podenzana, Direttore sportivo del Team Novo Nordisk.

«In questi 100 anni Novo Nordisk è stata vicino alle persone con diabete e ai medici, attraverso la ricerca e lo sviluppo di soluzioni terapeutiche innovative, ma anche con il sostegno a iniziative volte a migliorare la qualità di vita della persona con diabete e la percezione generale di questa importate malattia. Vogliamo proseguire, con ancora maggiore impegno, su questa strada per i prossimi 100 anni. Il mio personale “in bocca al lupo” ai ragazzi del Team Novo Nordisk», conclude Drago Vuina, General Manager e Vice President Novo Nordisk Italia.

Alla presentazione del Team Novo Nordisk 2021, questa mattina in videoconferenza, hanno partecipato, e formulato il loro augurio, numerosi rappresentanti delle istituzioni, dello sport e del mondo del diabete: dal Presidente del Coni, Giovanni Malagò, al campione olimpico e Sottosegretario allo sport di Regione Lombardia, Antonio Rossi, all’On. Roberto Pella, Presidente Intergruppo Parlamentare Obesità e Diabete, ai presidenti delle società scientifiche e professionali, delle associazioni pazienti e delle organizzazioni di sportivi e ciclisti con diabete.

Novo Nordisk Italia

Hill+Knowlton Strategies

Diabete: Roche integra il microinfusore Accu-Chek Insight nel nuovo sistema automatizzato per la somministrazione dell’insulina di Diabeloop.

Il microinfusore per insulina Accu-Chek Insight di Roche sarà il primo microinfusore con cartuccia pre-riempita che potrà essere utilizzato in modalità “hybrid closed loop” (sistema ibrido ad ansa chiusa).

Il microinfusore per insulina Accu-Chek Insight, integrato con DBLG1 System di Diabeloop, consentirà alle persone con diabete di migliorare significativamente la gestione della malattia.

Il microinfusore Accu-Chek Insight sarà integrato con DBLG1 System per la somministrazione automatica di insulina (AID) grazie alla partnership con Diabeloop, azienda francese pioniera nell’intelligenza artificiale applicata alla salute.
In questo modo, le persone con diabete avranno la possibilità di utilizzare il microinfusore con cartuccia di insulina pre-riempita con un sistema ibrido ad ansa chiusa e con la possibilità di impostare velocità basali molto basse per soddisfare le loro esigenze.
Con questa integrazione, Roche prosegue la sua “vision” di portare innovazione alle persone con diabete, consentendo loro di provare un vero sollievo e preoccuparsi meno della gestione della malattia.

Accu-Chek Insight, integrato con DBLG1 di Diabeloop, sarà collegato a un sistema di monitoraggio continuo del glucosio e l’algoritmo di autoapprendimento di Diabeloop, disponibile su un dispositivo dedicato. Questo algoritmo analizza i dati in tempo reale e decide se interrompere l’erogazione di insulina, regolare la velocità della basale o persino erogare un bolo di correzione automatica quando necessario.

La gestione del diabete è complessa e personalizzata e il raggiungimento degli obiettivi terapeutici è una sfida continua. L’integrazione del microinfusore per insulina Accu-Chek Insight in un sistema AID, crea nuove opportunità per le persone con diabete al fine di alleviare il peso quotidiano di dover prendere continue decisioni terapeutiche“, ha affermato Marcel Gmuender, Head of Roche Diabetes Care. “Questa collaborazione con Diabeloop, ci consentirà di aiutare le persone con diabete a trarre il massimo dalla quotidianità grazie all’erogazione automatica del loro fabbisogno personale di insulina, giorno e notte. In Roche, crediamo che più la terapia è personalizzata, migliori saranno i risultati”.

Quest’anno, le persone con diabete in Germania, Italia, Spagna, Svizzera e Paesi Bassi potranno utilizzare il microinfusore per insulina Accu-Chek Insight in modalità ibrida ad ansa chiusa. Questo lancio, segna il primo passo di Roche nel campo della somministrazione automatizzata di insulina (AID), diventando una pietra miliare della sua strategia di gestione personalizzata e integrata del diabete (iPDM).

“Insieme a Roche, vogliamo offrire alle persone con diabete una nuova opportunità nella terapia con microinfusore”, ha dichiarato Marc Julien, co-CEO di Diabeloop. “L’integrazione del microinfusore per insulina Accu-Chek Insight con il nostro DBLG1 System, ci consentirà di mettere a disposizione una soluzione per la gestione automatizzata del diabete, sicura e personalizzata alle persone con diabete in tutta Europa”.

I Sistemi ibridi ad ansa chiusa
I sistemi ibridi ad ansa chiusa sono costituiti da un monitoraggio in continuo del glucosio, una pompa per insulina e un algoritmo che analizza le misurazioni glicemiche in tempo reale. Ogni pochi minuti, viene trasmesso un valore glicemico al dispositivo che ospita l’algoritmo che calcola e regola automaticamente l’erogazione dell’insulina. Le dosi di insulina necessarie sono determinate tenendo conto della fisiologia delle persone, della dose giornaliera totale di insulina e delle informazioni sui pasti. I sistemi sono considerati “ibridi”, perché i pazienti devono inserire nell’algoritmo l’orario e la quantità di carboidrati dei pasti e confermare la dose di bolo che l’algoritmo suggerisce per coprire tali pasti. Il sistema automatizzato eroga continuamente l’insulina per mantenere i livelli di glucosio nell’intervallo target. Alcuni sistemi sono anche in grado di erogare automaticamente boli di correzione nel caso si debba riportare i valori di glucosio nell’intervallo target.

HealthCom Consulting

Diabete e volo. Da sensori di monitoraggio della glicemia una nuova chance per migliorare le direttive sull’accesso alle professioni del volo.

Molte persone con diabete, in particolare insulino-trattato, non potranno mai realizzare il sogno di intraprendere una professione di volo o rinnovare la licenza.

Ad oggi, lavori come pilota di aereo, controllore di volo, hostess e steward ma anche semplicemente il volo sportivo sono vietati o fortemente limitati alle persone con diabete.

Gli esperti, in un documento di consenso appena pubblicato, analizzano i sistemi di monitoraggio della glicemia con sensori, ne confermano la superiorità rispetto ai sistemi tradizionali e concordano sulla necessità di rivedere e armonizzare i criteri per l’accesso alle professioni del volo.

– Oggi il diabete in trattamento insulinico non permette di accedere alle professioni di volo oppure può decretare la fine di una carriera di pilota già avviata. Ma, come afferma Felice Strollo, Vicepresidente dell’Associazione Italiana di Medicina Aeronautica e Spaziale (AIMAS) : “ Le persone con diabete ben compensato possono pilotare un aereo senza mettere a rischio la propria e altrui incolumità. Gli strumenti per l’automonitoraggio della glicemia ‘indossabili’, sensori sempre più piccoli e performanti, potrebbero consentire di riscrivere le regole per l’accesso delle persone con diabete alle professioni del volo .”

Sono queste le conclusioni del tavolo tecnico istituito dall’AIMAS con gli esperti dell’Associazione Medici diabetologi (AMD) e della Società Italiana di Diabetologia (SID) insieme alla sezione aeromedica dell’ENAC, l’Ente nazionale per l’Aviazione Civile, oltre all’Associazione Nazionale Italiana Atleti con Diabete (ANIAD). Il documento di consenso, pubblicato su Diabetes Research and Clinical Practice , la prestigiosa rivista dell’International Diabetes Federation, ha messo a fuoco gli aspetti regolatori, le principali criticità nell’accesso delle persone con diabete alle professioni del volo e le buone pratiche a livello internazionale e ha analizzato i vantaggi delle più recenti innovazioni tecnologiche nel monitoraggio glicemico.

“Il tavolo tecnico ha valutato 72 studi scientifici pubblicati tra il 1946 e il 2020 – dichiara Sandro Gentile dell’AMD – Gli esperti concordano sulla superiorità dei sistemi di monitoraggio della glicemia con sensori rispetto all’automonitoraggio mediante puntura del dito. Si tratta di device piccoli e sottili che, applicati alla pelle, consentono di rilevare in continuo il livello del glucosio. E questo 24 ore al giorno e 7 giorni alla settimana avvisando gli utenti quando i livelli diventano troppo alti o troppo bassi.”

Oggi sono disponibili due tipi di sistemi di monitoraggio continuo del glucosio: il CGM in tempo reale (real-time CGM, rtCGM) e il CGM a rilevazione intermittente detto anche monitoraggio ‘FLASH’ del glucosio (flash glucose monitoring, FGM) . Entrambi i sistemi forniscono informazioni riguardo ai livelli di glucosio attuali e pregressi, indicano l’andamento (la tendenza) e la velocità di variazione del livello di glucosio, fornendo così informazioni preziose per prevenire pericolosi sbalzi di glicemia.

“Sulla base delle evidenze scientifiche che abbiamo analizzato – dichiara Antonio Bellia della SID – esiste un ampio consenso sul fatto che questi dispositivi migliorano il compenso glicemico, riducono la durata di eventuali eventi ipo o iperglicemici e aumentano il tempo trascorso nell’intervallo stabilito (time in range). Si tratta di risultati molto importanti visto che la riduzione degli episodi di ipoglicemia e il controllo metabolico sono aspetti fondamentali per i piloti e gli equipaggi.”

Attualmente l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile (ICAO) non permette alle persone con diabete insulino-trattate di ottenere il brevetto di volo commerciale, le autorità del Canada (TC) e degli Stati Uniti (FAA) prevedono una certificazione medica speciale per le licenze di prima, seconda e terza classe, l’EASA (ente regolatore europeo) nega sia l’accesso alla professione che il rinnovo della licenza per i piloti che hanno sviluppato un diabete insulino trattato. Il motivo è evidente: eventuali crisi ipoglicemiche potrebbero mettere a rischio la sicurezza di piloti e passeggeri.

Per i piloti con diabete in trattamento insulinico volare in sicurezza è possibile, ma solo attraverso un frequente monitoraggio glicemico, come stanno dimostrando diverse esperienze internazionali. Ad esempio, nel Regno Unito i piloti con diabete insulino-trattato possono volare seguendo uno stringente protocollo di monitoraggio. Nelle oltre 22 mila ore di volo effettuate dai 49 piloti inglesi con diabete che hanno seguito il protocollo, sono stati riportati valori glicemici anomali solo per lo 0,12% del tempo trascorso in volo, episodi che non hanno comportato per il pilota alcuna riduzione della capacità fisica. Ma il monitoraggio glicemico condotto con i metodi tradizionali richiede un uso frequente dei glucometri e la necessità di pungersi ripetutamente (anche 6-8 volte al giorno) e, per i piloti, è fondamentale rimanere concentrati durante il volo e non essere distratti da simili incombenze. I sistemi di monitoraggio del glucosio con sensori forniscono una soluzione al problema garantendo un flusso continuo di misurazioni ed eliminando al tempo stesso la necessità delle fastidiose punture sui polpastrelli per visualizzare i livelli del glucosio.

“Nelle persone con diabete insulino trattato – dichiara Antonello Furia, Responsabile della Sezione Aeromedica ENAC – queste tecnologie potrebbero migliorare l’efficienza lavorativa del personale di volo e di altre professioni critiche del mondo dell’aviazione. I tempi sono maturi affinché le autorità regolatorie europee e internazionali rivedano e armonizzino adeguatamente i requisiti medici per la certificazione e l’accesso dei diabetici alle professioni del volo. Gli imminenti voli dell’aviazione commerciale nello spazio suborbitale devono rappresentare fin da ora un’ulteriore sfida al fine di permettere in futuro ai piloti ed ai passeggeri diabetici insulino trattati di poter volare in sicurezza.”

Molto soddisfatto anche Marcello Grussu, Presidente dell’ANIAD , che ha dichiarato: “Siamo finalmente davanti ad una possibile soluzione di un problema che andiamo sollevando da quasi 10 anni, e che, laddove sarà concretamente resa possibile, determinerà un importante passo avanti nell’ottica di una piena e completa integrazione sociale delle persone con diabete. Un lavoro costante e coerente conduce sempre lontano”.

“L’innovazione tecnologica ha il potere di cambiare la vita. In Abbott siamo costantemente alla ricerca delle soluzioni più innovative e rivoluzionarie e le rendiamo accessibili a quante più persone possibili. – dichiara Massimiliano Bindi, Amministratore Delegato di Abbott Diabetes Care Italia – Sosteniamo pienamente questa iniziativa e gli sforzi compiuti dagli esperti del tavolo tecnico per creare maggiori possibilità per le persone con diabete.”

La celiachia può essere innescata da infezioni e alterazioni del microbiota?

Il possibile ruolo di infezioni virali o alterazioni del microbiota intestinale nell’insorgenza della malattia celiaca, in soggetti geneticamente predisposti, è stato ipotizzato da tempo. Una nuova ricerca fa il punto sul rapporto tra microbi e celiachia in base alle conoscenze attuali, derivanti da studi osservazionali che coinvolgono i pazienti celiaci.

I ricercatori hanno valutato 135 studi privilegiando quelli prospettici, che hanno potuto seguire l’evoluzione della malattia in un arco di tempo sufficientemente lungo e gli studi di coorte in cui erano disponibili, oltre ai sintomi riferiti, anche test diagnostici. Il quadro generale che emerge è quello di una possibile connessione tra agenti virali e batterici e lo sviluppo della malattia celiachia, un rapporto che però va studiato con più accuratezza per stabilire se siano le infezioni a innescare la sequenza che porta alla malattia o se sia la celiachia a rendere i soggetti più suscettibili alle infezioni.

Infezioni in gravidanza e nei primi anni di vita.

Le indagini condotte sui registri sanitari di diversi paesi europei (Svezia, Norvegia, Germania) mostrano un’incidenza più alta di celiachia tra i bambini che hanno avuto infezioni neonatali (gastrointestinali o respiratorie) annotate sui registri o segnalate dai genitori, ed anche una frequenza più alta della media di infezioni neonatali tra i soggetti celiaci.

Le infezioni materne durante la gravidanza non hanno invece mostrato una chiara associazione con il rischio di celiachia del bambino.

È possibile che una celiachia non diagnosticata renda più suscettibili a infezioni gastrointestinali, tuttavia, fanno notare gli autori di questa ricerca, la sovrapposizione dei sintomi tra celiachia e infezione gastrointestinale rende difficile stabilire se ci sia una relazione causale.

Fattori microbici specifici

Gli autori di questa nuova ricerca passano in rassegna diversi studi in cui direttamente o indirettamente sono stati raccolti dati sulle possibili associazioni tra alcuni virus o batteri e la celiachia.

Gli studi non sono facilmente comparabili, per quella che gli autori definiscono “una grande diversità nella metodologia e nel design.”

In estrema sintesi sono state riscontrate associazioni tra l’infezione da rotavirus e lo sviluppo della malattia celiaca. Inoltre, è stato verificato che la vaccinazione contro il rotavirus può ridurre il rischio di celiachia. Ci sono poi indizi per altri microbi tra cui Helicobacter pylori (quattro studi su 16), adenovirus (due studi su nove) ed enterovirus (due studi su sei).

Alterazioni del microbiota

Numerosi studi hanno cercato una possibile influenza delle alterazioni del microbiota intestinale sullo sviluppo della malattia celiaca. Tuttavia, la maggior parte di queste ricerche sono state condotte in modo che non è possibile stabilire se l’alterazione del microbiota sia all’origine della celiachia oppure l’inverso.

Sono stati identificati solo due studi caso-controllo prospettici su neonati con predisposizione genetica alla celiachia dei quali sono stati esaminati campioni di feci prima che si sviluppasse la malattia. È stata riscontrata una diversità nella flora batterica a 4 a 6 mesi rispetto ai controlli sani. Un altro studio di coorte non ha trovato associazioni significative tra la composizione del microbiota a 9 e 12 mesi e celiachia a 4 anni. Si tratta comunque di studi con pochi partecipanti (rispettivamente 10 e 9 casi) e con conclusioni divergenti.

Tra le difficoltà che ci sono nello studio delle differenze del microbiota di soggetti sani e celiaci c’è il fatto che le modificazioni della dieta influiscono sulla composizione del microbiota e le eventuali differenze tra celiaci e controlli sani possono essere spiegate dalla dieta invece che dalla malattia stessa.

Il possibile ruolo degli antibiotici

Gli antibiotici sono uno dei maggiori fattori di alterazione della composizione del microbiota intestinale. Gli studi sull’uso degli antibiotici in gravidanza e nella prima infanzia come possibile fattore di rischio per la celiachia hanno dato risultati contrastanti. Come spiegano gli autori la presenza di un’infezione che richiede l’uso di antibiotici può essere un fattore confondente, rendendo difficile stabilire se l’aumento del rischio di celiachia sia da attribuire agli antibiotici o all’infezione. Inoltre se la celiachia non diagnosticata è un fattore favorente le infezioni sarebbe proprio quest’ultima a causare l’uso di antibiotici.

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