Il diabete si può prevenire o anche invertire se si evita il sovrappeso.

Perdere peso potrebbe prevenire o addirittura invertire il diabete, indipendentemente dalla predisposizione genetica a sviluppare la condizione, secondo quanto emerso da una ricerca presentata al congresso della European Society of Cardiology (ESC) 2020.

Come evidenziato dai ricercatori, nel 2019 circa 463 milioni di persone in tutto il mondo soffrivano di diabete, principalmente (circa il 90%) di tipo 2, che raddoppia il rischio di malattia coronarica, ictus e morte per malattie cardiovascolari.

Obiettivi dello studio erano:

  1. valutare quanto si modifica il rischio di sviluppare diabete a tutti i livelli di punteggio poligenico (PGS) per la malattia in funzione dell’indice di massa corporea (BMI), che rappresenta la principale causa modificabile del diabete, così da stimare il rischio di sviluppare la condizione nel corso della vita
  2. comparare l’effetto del sovrappeso a lungo e a breve termine sul rischio di diabete a tutti i livelli di predisposizione genetica per identificare il trattamento ottimale per prevenire o invertire la malattia

«Dal momento che siamo nati con i nostri geni, potrebbe essere possibile individuare precocemente chi ha un’alta probabilità di sviluppare il diabete nel corso della vita», ha affermato il ricercatore principale e relatore al congresso Brian Ference, dell’Università di Cambridge (UK) e dell’Università di Milano. «Abbiamo condotto questo studio per scoprire se la combinazione del rischio ereditario e dell’indice di massa corporea potrebbe identificare le persone a maggior rischio di sviluppare la malattia. Gli sforzi di prevenzione potrebbero quindi concentrarsi su questi individui».

Maggiore BMI = maggiore rischio di diabete
Lo studio ha incluso oltre 445mila soggetti i cui dati e campioni biologici erano presenti nella UK Biobank, con età media di 57,2 anni e per il 54% donne. Il rischio ereditario di diabete è stato valutato utilizzando 6,9 milioni di geni. All’arruolamento sono stati misurati altezza e peso per calcolare l’indice di massa corporea (BMI), poi i partecipanti sono stati divisi in cinque gruppi in base al rischio genetico di diabete e in cinque gruppi in base al BMI.

I partecipanti sono stati seguiti fino a un’età media di 65,2 anni. Durante quel periodo oltre 31mila persone hanno sviluppato il diabete di tipo 2.

I soggetti nel gruppo con BMI più alto (media 34,5 kg/m2) avevano un rischio di diabete 11 volte maggiore rispetto a quelli con BMI più basso (media 21,7). Avevano inoltre maggiori probabilità di sviluppare il diabete rispetto a tutti gli altri gruppi, indipendentemente dal rischio genetico. «I risultati indicano che il BMI è un fattore di rischio per il diabete molto più potente della predisposizione genetica» ha detto Ference.

La durata del sovrappeso non influisce
I ricercatori hanno quindi utilizzato metodi statistici per stimare se la probabilità di diabete nelle persone con un BMI elevato sarebbe stata ancora superiore se fossero state in sovrappeso per un lungo periodo di tempo, scoprendo che la durata di un BMI elevato non ha avuto un impatto sul rischio di sviluppare la malattia.

«Questo suggerisce che quando le persone superano una certa soglia di BMI le loro possibilità di diabete aumentano e rimangono allo stesso alto livello di rischio indipendentemente dal tempo in cui restano in sovrappeso» ha aggiunto, facendo presente che la soglia, ovvero il BMI al quale iniziano a sviluppare livelli di zucchero nel sangue anomali, è probabilmente diversa da persona a persona.

«I risultati indicano che la maggior parte dei casi di diabete potrebbe essere evitata mantenendo l’indice di massa corporea al di sotto del limite che innesca livelli anomali di zucchero nel sangue. Questo significa che per prevenire il diabete dovrebbero essere valutati con regolarità tanto il BMI quanto la glicemia. Quando cominciano a comparire i problemi glicemici è fondamentale impegnarsi per perdere peso» ha concluso. «Ridurre il peso corporeo nelle fasi iniziali, prima che si verifichi un danno permanente, potrebbe anche consentire di invertire il diabete».

Bibliografia

European Society of Cardiology. “Body mass index is a more powerful risk factor for diabetes than genetics.” ScienceDaily. ScienceDaily, 31 August 2020.

Fonte

Coronavirus potrebbe favorire lo sviluppo del diabete.

diabete e covid-19

Il caso, giovane con SARS-CoV-2 asintomatico divenuto diabetico.

Il coronavirus potrebbe influenzare la funzione del pancreas favorendo lo sviluppo del diabete: lo suggerisce il caso di un giovane paziente con infezione da SARS-CoV-2 asintomatica, che si è ammalato di diabete autoimmune o insulino-dipendente (diabete 1) proprio in concomitanza con l’infezione. Il caso è stato riferito sulla rivista Nature Metabolism da Matthias Laudes dell’Università Schleswig-Holstein di Kiel, in Germania.

Il diabete di tipo 1 è una malattia caratterizzata da una reazione immunitaria impropria che porta alla distruzione delle cellule del pancreas (beta-cellule) deputate a produrre insulina, l’ormone che regola la glicemia. Il giovane, i cui genitori avevano presentato i sintomi del covid-19 dopo un viaggio in Austria, è arrivato al pronto soccorso del Policlinico Schleswig-Holstein con tutti i sintomi del diabete di tipo 1 (sete e minzione eccessive, forte e rapida perdita di peso, affaticamento), poi confermato agli esami del sangue. Il giovane non presentava una predisposizione genetica a malattie autoimmuni come il diabete di tipo 1, né gli auto-anticorpi (quelli aberranti che attaccano il pancreas) tipicamente associati alla malattia. La concomitanza con l’infezione da SARS-CoV-2 fa pensare che il virus abbia disturbato la funzione pancreatica e favorito l’esordio del diabete. La possibilità è avvalorata dal fatto che le cellule del pancreas presentano gli stessi recettori che il virus usa per infettare l’uomo, in particolare le beta-cellule.

Diversi studi hanno suggerito un nesso tra covid-19 e comparsa del diabete, e questo caso clinico va nella stessa direzione, ma serviranno nuove evidenze per confermare il rapporto di causa-effetto tra SARS-CoV-2 e diabete.

“Si tratta di un caso interessante – commenta Francesco Purrello dell’Università di Catania, Presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID) che, pur con le limitazioni ovvie di un caso singolo, pone una ipotesi molto suggestiva. Infatti, che l’infezione da COVID possa infettare le cellule beta pancreatiche è ormai noto da mesi – aggiunge Purrello -; tuttavia, la peculiarità di questo caso risiede nel fatto che il deficit della secrezione insulinica indotto dal virus in questo ragazzo di 19 anni sembra essere stato così grave da causare distruzione rapida e massiva delle cellule beta pancreatiche, propria del diabete autoimmune. Ma in questo caso la distruzione è avvenuta in assenza degli autoanticorpi che si trovano in genere nel sangue di questi pazienti. Quindi l’ipotesi è che ci sia stato un danno diretto e massivo causato dal SARS-CoV-2 e non invece un danno mediato dagli autoanticorpi”, come è tipico del diabete 1, conclude.

Fonte

Nei diabetici con Covid-19, prognosi peggiore e mortalità più elevata. Conferme da un nuovo studio italiano.

Le persone con diabete e Covid-19 hanno un rischio maggiore di una prognosi peggiore e di esito infausto, come probabile conseguenza della natura sindromica della malattia che contempla la presenza di iperglicemia, età avanzata e comorbidità, in particolare ipertensione, obesità e malattie cardiovascolari, che contribuiscono ad aumentare il rischio in questi individui. Sono le conclusioni di uno studio italiano appena pubblicato sulla rivista The Lancet Diabetes & Endocrinology.

Al momento della stesura di questa review, in tutto il mondo sono stati segnalati oltre 12 milioni di casi e oltre 550mila decessi. Tra i pazienti gravi con Covid-19 e quelli deceduti è stata rilevata un’alta prevalenza di condizioni concomitanti tra cui diabete, malattie cardiovascolari, ipertensione, obesità e broncopneumopatia cronica ostruttiva. Il tasso di mortalità è particolarmente elevato nei pazienti più anziani, nei quali le comorbidità sono comuni, in particolare il diabete di tipo2, hanno premesso gli autori dello studio.

È noto che il diabete conferisce un aumentato rischio di infezione. Precedenti studi hanno mostrato una relazione tra i livelli di emoglobina glicata e il rischio di necessitare del ricovero ospedaliero a seguito di infezioni, in particolare del tratto respiratorio. Di per sé comunque il diabete non sembra aumentare il rischio di insorgenza della malattia da Covid-19, sebbene sia più frequente nei pazienti con infezione grave.

Da numerosi report clinici internazionali è emerso che i pazienti con Covid-19 e diabete hanno una prognosi peggiore, molto probabilmente a causa dell’effetto concorrente di molteplici fattori. Nella prima fase dell’epidemia, la maggior prevalenza dell’infezione si è verificata nelle persone anziane nella gran parte delle regioni del mondo, ad eccezione della Corea del Sud.

Covid-19

La prevalenza del diabete aumenta con l’età per raggiungere un picco dopo i 65 anni, sia nella popolazione generale che nei pazienti con Covid-19, di conseguenza l’età media dei pazienti con entrambe le condizioni è più vecchia rispetto ai soggetti non diabetici. Inoltre le persone di età superiore ai 65 anni hanno maggiori probabilità di avere una durata più lunga della malattia e una maggiore prevalenza di complicanze diabetiche. Infine diabete ed età avanzata spesso sono correlati a comorbidità come malattie cardiovascolari, ipertensione e obesità.

«Abbiamo provato a verificare quali siano le tante condizioni associate al diabete, come la stessa ipoglicemia, che possono contribuire a questo maggior rischio» ha spiegato l’autore senior dello studio Stefano Del Prato, ordinario di Endocrinologia e direttore Unità operativa di Malattie metaboliche e Diabetologia dell’AOUP, intervistato da Pharmastar. «Un dato importante perché permette di definire una possibile strategia per cercare di proteggere le persone con diabete nel caso in cui dovessero contrarre la malattia virale».

«Facendo questa disamina è emersa una sorta di reciprocità tra la malattia diabetica e la malattia virale» ha aggiunto. «La condizione diabetica espone a un maggior rischio di quanto generato dalla malattia virale, ma l’esposizione al virus sembrerebbe condizionare anche un peggioramento della situazione diabetica, sia in termini di acuzie metaboliche (come la chetoacidosi diabetica e la sindrome iperosmolare iperglicemica), che come segnalazioni di diabete di nuova insorgenza nel corso della malattia virale. È un quadro complesso di cui bisogna tenere conto quando si valutano le possibilità terapeutiche in questi soggetti».

Diabete e Covid, una sfida per i clinici
Il quadro, tuttavia, è più complesso in quanto contempla fattori che diventano rilevanti nel momento in cui bisogna gestire un paziente con Covid-19 grave. In questa situazione un medico deve rendere conto non solo dello stato di salute della persona con diabete, ma deve anche bilanciare attentamente i trattamenti ipoglicemizzanti con quelli specifici per l’infezione.

Quindi, ancora una volta, la gestione del diabete nei pazienti con Covid-19 rappresenta una grande sfida clinica che richiede un approccio di squadra molto integrato, una strategia indispensabile per ridurre il più possibile il rischio di complicanze mediche e di morte.

Un’attenta valutazione dei numerosi componenti che contribuiscono alla prognosi sfavorevole nei pazienti con diabete e infezione da Covid-19 -hanno scritto gli autori- potrebbe rappresentare il modo migliore, se non l’unico, per superare la situazione attuale e consentire ai nostri sistemi sanitari di essere pronti ad affrontare eventuali sfide future in modo tempestivo ed efficace.

Infine, l’interrelazione tra diabete e infezione dovrebbe innescare ulteriori ricerche per comprendere fino a che punto i meccanismi specifici del virus, come il suo tropismo per la cellula β pancreatica, potrebbero contribuire al peggioramento del controllo glicemico e, in alcuni casi, allo sviluppo della chetoacidosi diabetica o della sindrome iperosmolare iperglicemica e, possibilmente, allo sviluppo del diabete di nuova insorgenza.

Come il virus può impattare sul diabete
Nello studio sono riportate alcune ipotesi per spiegare l’influenza del virus sul diabete. Come quella più generale legata alle condizioni di stress, che comporta un aumento degli ormoni che si oppongono all’azione dell’insulina e possono pertanto peggiorare il quadro metabolico, ha commentato Del Prato.

«Una situazione che diventa ancora più marcata nel caso del Covid-19, perché una delle caratteristiche di questa infezione è la tempesta di citochine, che può peggiorare la sensibilità insulinica e quindi rendere il soggetto ipoglicemico» ha dichiarato. «Un’altra è il tropismo, ossia la capacità del virus di poter attaccare direttamente le beta cellule, un fatto che potrebbe portare a una perdita di funzione e di secrezione di insulina, che da una parte contribuisce al peggioramento della glicemia e in altre condizioni potrebbe portare alla comparsa del diabete vero e proprio».

«Un ulteriore aspetto interessante è che questa condizione di marcata infiammazione e perdita di funzione della beta cellula potrebbe comportare la presenza di glicemia elevata al momento del ricovero nei soggetti senza diagnosi di diabete. Alcune analisi sia della letteratura che nostre sembrerebbero suggerire che la comparsa di iperglicemia in questi soggetti possa rappresentare un fattore prognostico ancora più negativo dello stesso diabete» ha continuato. «Quindi questa reciprocità d’azione di alterazione del metabolismo glucidico, o la presenza stessa del diabete, e di impatto della malattia virale, in modo sia diretto (azione sulla beta cellula) che indiretto (stress infiammatorio) porta a prendere in considerazione un segnale prognostico importante sia in caso di diabete ma anche di iperglicemia in un soggetto non diabetico».

Gestione della terapia ipoglicemizzante
Come suggerito dal prof. Del Prato, per i diabetici che possono essere esposti alla malattia virale l’unica raccomandazione è continuare con la propria terapia, intensificare il monitoraggio della glicemia e, in caso di sintomi che potrebbero essere correlati a una possibile infezione virale, contattare immediatamente il proprio medico.

Nella persona che risulta invece affetta da Covid-19 può presentarsi una condizione non severa oppure severa. Nel primo caso può essere continuata la terapia in atto garantendo una regolare nutrizione, un’abbondante idratazione e un’intensificazione del controllo glicemico in modo da intervenire prontamente.

Tenendo presente i fattori che potrebbero essere peggiorativi nei riguardi dei farmaci utilizzati. Ad esempio in un paziente con insufficiente idratazione l’uso di farmaci che potrebbero aumentare la diuresi, come gli SGLT2 inibitori, potrebbe essere considerato con maggiore attenzione, così come in una persona inappetente un agonista del GLP-1 potrebbe determinare uno stato di intolleranza gastrointestinale e peggiorare questa situazione.

«In caso di situazione severa, la raccomandazione è di passare quanto prima al trattamento insulinico, mantenere i livelli glicemici compresi fra i 120 e 200 mg/dl, evitare accuratamente l’ipoglicemia sospendendo farmaci come le sulfoniluree in associazione con la clorochina e fare attenzione a tutti i farmaci per via orale che possono essere problematici nel loro uso» ha concluso.

Leggi da Pharmastar

DIABETE: «TRAIAMO DAL COVID-19 I GIUSTI INSEGNAMENTI PER ADEGUARE IL SISTEMA DI CURA E ASSISTENZA IN ITALIA»

Il 13 luglio, tredicesima edizione dell’Italian Barometer Diabetes Forum. Scienziati, politici, amministratori e società civile si incontrano virtualmente, grazie a Ibdo Foundation e Intergruppo Parlamentare “Obesità e Diabete”, per ripensare l’assistenza alle persone con diabete in Italia, alla luce della “lezione Covid-19”

L’inerzia terapeutica, intesa come mancata o ritardata intensificazione della cura in presenza di insoddisfacente controllo metabolico, è un problema rilevante nel diabete: solo 1 malato su 2 presenta valori di emoglobina glicata inferiori al 7 per cento; anche chi è in terapia insulinica presenta frequentemente valori superiori a 8 e ben 1 su 4 supera il 9 per cento. Il quadro rischia di aggravarsi causa la riduzione di visite specialistiche ed esami di controllo per l’emergenza Covid-19.

Roma, 6 luglio 2020 – Se le persone con diabete sono state tra le maggiori vittime del virus Sars-Cov-2, proprio l’emergenza sanitaria Covid-19 rischia di avere gravi ripercussioni sulla cura della malattia diabetica, sul suo controllo e sull’insorgenza di complicanze a medio e lungo termine. Sarà l’analisi di questo fenomeno, insieme alla valutazione di possibili nuove forme di gestione clinica che migliorino e rafforzino l’assistenza alle persone con diabete in Italia, garantendo accesso equo e adeguato alle cure, il tema al centro dell’annuale Italian Barometer Diabetes Forum, giunto alla tredicesima edizione e che si svolgerà il 13 luglio in forma virtuale.
L’evento, un momento di incontro tra politici, amministratori, società scientifiche e associazioni di cittadinanza e di pazienti, per confrontarsi sugli argomenti di attualità che ruotano ogni anno intorno al diabete, è organizzato da Italian Barometer Diabetes Observatory (Ibdo) Foundation e dall’Intergruppo Parlamentare “Obesità e Diabete”, nell’ambito dei progetti Changing Diabetes e Defeat Diebates e con il contributo non condizionato di Novo Nordisk.
Avrà come titolo quest’anno ”Diabetes & Inertia: The Covid-19 Lesson” e sarà introdotto dagli interventi di Andrew Boulton, Presidente International Diabetes Federation e Stefano Del Prato, Presidente EASD-European Association for the Study of Diabetes, che valuteranno gli aspetti clinici del nuovo e difficile equilibrio tra malattie infettive diffusive e malattie croniche non trasmissibili come il diabete, e di Walter Ricciardi, Presidente WGPHA-World Federation of Public Health Association,  che rivaluterà le diverse sfide che il sistema sanitario ha dovuto affrontare nei lunghi giorni dell’emergenza. «Questa tredicesima edizione, infatti, cade in un anno drammaticamente segnato da una grave pandemia ed emergenza sanitaria globale, e vuole proprio mettere al centro le persone con diabete, tra le più colpite e vulnerabili in questa sfida clinica, sociale, economica e politico-sanitaria che sta affrontando il nostro Paese, e approfondire il ruolo dell’inerzia clinica correlata alla pandemia, ma non solo, e che riguarda la quotidianità di oltre 4 milioni di italiani», spiega Renato Lauro, Presidente di IBDO Foundation.

Secondo i più recenti dati dell’Istituto superiore di sanità (ISS), i decessi per coronavirus in Italia hanno riguardato per il 30 per cento (28,8 per cento le donne e 30,8 per cento gli uomini) persone con diabete di tipo 2, la seconda patologia preesistente maggiormente riscontrata tra chi ha perso la vita a causa del virus. «A ciò deve aggiungersi che, proprio a causa della pandemia, negli ultimi mesi su tutto il territorio nazionale si è verificata una riduzione delle visite specialistiche, delle attività assistenziali ambulatoriali di routine, degli esami di controllo. Tutto questo rappresenta un problema importante per le persone con diabete, per le quali il monitoraggio periodico è fondamentale per la gestione della malattia e l’adozione della terapia più appropriata. Queste interruzioni dei servizi di assistenza sanitaria di base potrebbero essere causa di sospensioni più o meno prolungate delle terapie, con conseguenze negative sul controllo della malattia e sul rischio di insorgenza di complicazioni, rendendo così le persone con diabete maggiormente vulnerabili anche alle conseguenze indirette del Covid-19», dice Simona Frontoni, Presidente Comitato Scientifico IBDO Foundation e Professore Associato di Endocrinologia, Università di Roma Tor Vergata.

L’inerzia terapeutica, intesa come mancato inizio o ritardata intensificazione di una terapia in presenza di un insoddisfacente controllo metabolico, è già di per sé un problema rilevante nel controllo del diabete, reso ancora più grave, per queste ragioni, dall’emergenza Covid-19. «Nonostante la disponibilità di un ampio spettro di opzioni terapeutiche efficaci e la dimostrazione dell’importanza di un adeguato controllo metabolico per prevenire o ritardare l’insorgenza delle complicanze del diabete di tipo 2, una percentuale elevata di pazienti non raggiunge i target terapeutici desiderati. I dati degli Annali AMD documentano come, pur di fronte ad un miglioramento nel tempo degli indicatori di qualità della cura, solo un paziente su due presenti un valore di emoglobina glicata (HbA1c) inferiore al 7 per cento, come raccomandato dalle linee guida esistenti, mentre uno su cinque mostra un controllo metabolico francamente inadeguato, superiore a 8. Valori medi di HbA1c superiori a 8 e, in un caso su quattro addirittura al 9 per cento, si riscontrato persino in persone in trattamento con insulina», ricorda Paolo di Bartolo, Presidente AMD-Associazione medici diabetologi. «Inoltre, gli Annali evidenziano la presenza di inerzia terapeutica in molteplici dimensioni della cura della persona con diabete: pazienti trattati con terapia insulinica che persistono in stato di non ottimale compenso glicemico, soggetti con valori alterati di pressione arteriosa e lipidi che non ricevono proposte appropriate terapeutiche ed infine pazienti con malattia renale o cardiovascolare non ancora trattati con le terapie che hanno chiaramente dimostrato un’importante efficacia nella protezione da queste complicanze correlate al diabete», aggiunge.

Diversi studi hanno dimostrato che l’inerzia terapeutica è associata a esiti microvascolari e macrovascolari peggiori e quindi a più complicanze: cardiovascolari, renali, circolatorie, rischio di cecità, dialisi o amputazioni, per chi soffre di diabete. «Le evidenze scientifiche mostrano che una precoce ed efficace gestione del controllo glicemico riduce le complicanze; pertanto, è fondamentale superare l’inerzia terapeutica, per il raggiungimento dei valori desiderati di emoglobina glicata e per migliorare i risultati a più lungo termine. L’inerzia terapeutica può essere superata attraverso sinergie tra Istituzioni sanitarie, società scientifiche, associazioni pazienti, medici e persone con il diabete, promuovendo a tutti i livelli la consapevolezza che si tratta di un fenomeno ad alto rischio, che influisce negativamente sulla cura del paziente e che aumenta i costi diretti e indiretti della malattia. Ciò è vero nella normalità, ma è ancora più vero oggi, in una fase che ci sta portando fuori dall’emergenza, ma che rende necessario assolutamente ripensare anche il nostro modo di gestire la salute e di migliorare e razionalizzare l’assistenza alla persona con diabete per il futuro», ammonisce Francesco Purrello, Presidente SID-Società italiana di diabetologia.

Già nelle scorse settimane, a tutela della persona con diabete e, in particolare nella fase di emergenza Covid-19, della persona con diabete quale “paziente fortemente vulnerabile e fragile”, i rappresentanti di società scientifiche, fondazioni, associazioni pazienti, coordinamenti associativi e professionali, impegnati nel campo della tutela della salute, della prevenzione e della cura delle persone con diabete e dei loro familiari hanno indirizzato, per il tramite dell’Intergruppo parlamentare “Obesità e Diabete”, una lettera aperta alle Istituzioni per evidenziare l’urgenza di adeguati e rapidi interventi. «L’obiettivo di quel documento era porre all’attenzione del Governo, del Parlamento e di tutte le Istituzioni politiche e sanitarie il rischio reale che, come i numeri purtroppo ci confermano, le persone con diabete corrono in questa emergenza sanitaria non ancora conclusasi e sottolineare come fosse, e lo sia ancora, prioritario mettere in atto, nell’immediato, azioni che garantiscano assistenza e cure più adeguate alle persone con diabete mellito», dice Roberto Pella, Co-Presidente Intergruppo parlamentare “Obesità e Diabete”. «Partendo dalle proposte contenute nella lettera, volte a una riorganizzazione dell’assistenza nella fase post-emergenza COVID-19 con un nuovo approccio a favore delle persone con diabete, che preveda il potenziamento dell’integrazione tra ospedale e cure primarie e specialistiche, il ricorso a strumenti e procedure di telemedicina e teleconsulto, l’integrazione tra l’informatizzazione istituzionale dei sistemi sanitari regionali e di quella clinica diabetologica e della medicina generale, l’accesso omogeneo su tutto il territorio nazionale ai trattamenti innovativi, alle tecnologie per la somministrazione della terapia insulinica con sistemi di infusione continua, al monitoraggio continuo del glucosio, auspichiamo che il dibattito e il confronto che scaturiranno dalla prossima edizione dell’Ibdo Forum convergano verso una presa d’atto che un cambiamento di rotta è necessario. L’emergenza Covid-19 ha profondamente inciso sulle nostre vite e abitudini consolidate, traiamo da quanto successo in questi quattro mesi uno spunto per ripartire, non semplicemente da dove ci siamo fermati all’inizio di marzo 2020, ma con nuovi obiettivi e una visione diversa anche della sanità e dell’approccio alla malattia diabetica», conclude Pella.

«Defeat diabetes, sconfiggere il diabete, è il nuovo obiettivo che Novo Nordisk si è posta, con una strategia d’impresa e di responsabilità sociale destinata a incidere fortemente sull’innovazione farmacologica, per il beneficio di medici e malati, sull’accesso alle cure, soprattutto per i pazienti più fragili e vulnerabili e sulla prevenzione, per arrestare la crescita del diabete nel mondo. Durante l’emergenza sanitaria abbiamo fatto la nostra parte, a fianco dei sistemi sanitari impegnati in ogni paese contro Covid-19 e adesso con il nostro sostegno continuo a Ibdo Foundation e al suo Ibdo Forum annuale vogliamo contribuire a favorire il confronto tra tutte le parti interessate affinché i milioni di persone che vivono con il diabete possano godere della migliore assistenza possibile», dichiara Drago Vuina, General manager & Corporate vice president di Novo Nordisk Italia.

Ufficio stampa: HealthCom Consulting

Diabete e Covid-19: accesso gratuito alla versione Pro dell’app mySugr, per avvicinare medico e paziente.

● Roche Diabetes Care sta offrendo gratuitamente l’accesso per 6 mesi alla versione Pro dell’app mySugr per aiutare le persone con diabete a rimanere in contatto con il proprio medico in un momento in cui, a causa del COVID-19, le visite diabetologiche rimangono difficoltose.

● Con la versione Pro le persone con diabete possono esportare facilmente i dati più rilevanti e condividerli via email con il proprio medico.

Roche Diabetes Care Italy mette a disposizione di tutti i pazienti l’accesso gratuito per 6 mesi alla versione Pro di mySugr, una delle app più scaricate al mondo dalle persone con diabete. Questa iniziativa, aiuterà a migliorare la comunicazione medico-paziente attraverso gli strumenti digitali o telefonici. L’accesso gratuito alle funzionalità aggiuntive messe a disposizione dalla versione Pro di mySugr aiuterà le persone con diabete ad avere sotto controllo e a personalizzare le informazioni legate alla loro malattia anche durante l’emergenza Covid-19.

Con oltre 2 milioni di utenti registrati in tutto il mondo, l’app mySugr aiuta a semplificare la complessità della routine quotidiana delle persone con diabete attraverso dati, motivazione e report dettagliati. Consente agli utenti di inserire informazioni personalizzate relative al proprio diabete come ad esempio i risultati glicemici, l’assunzione di carboidrati, i livelli di stress, i dosaggi di insulina o farmaci. È possibile visualizzare l’HbA1c (l’emoglobina glicata) stimata e calcolare automaticamente la dose di insulina raccomandata.

Con la versione Pro, gli utenti possono facilmente creare e condividere via email report dettagliati dei loro dati relativi al loro diabete con il proprio team diabetologico. Questo report aiuta i medici a tenere sotto controllo l’evoluzione della patologia dei loro pazienti e a personalizzarne la terapia anche a distanza.

“ L’accesso gratuito a queste funzionalità aggiuntive di mySugr riteniamo siano particolarmente importanti in questi momenti in cui le visite sono ancora fortemente limitate a causa dell’emergenza COVID-19 – afferma Rodrigo Diaz de Vivar, Amministratore Delegato di Roche Diabetes Care Italy – Con il progetto ‘Roche si fa in 4’ che Roche Italia ha fortemente voluto, vogliamo continuare ad essere di supporto a tutti i pazienti anche per i prossimi mesi e offrire l’accesso gratuito alle funzionalità aggiuntive dell’app mySugr è sicuramente un modo per farlo. ”

E’ possibile scaricare l’app mySugr sul proprio smartphone dall’App Store e da Google Play Store e sbloccare la versione Pro utilizzando il codice di attivazione reperibile su http://shop.mysugr.com/en/voucher . 1​

MySugr Fondata nel 2012 a Vienna, Austria, mySugr è specializzata nella gestione del diabete con l’obiettivo di alleviare il carico quotidiano che grava sulle persone che ne sono affette. Le sue app e i servizi combinano coaching, gestione della terapia, strisce reattive illimitate, tracciamento automatico dei dati e perfetta integrazione con un numero sempre crescente di dispositivi medici. L’app mySugr ha oltre due milioni di utenti registrati e ha ricevuto una valutazione media di 4,6 stelle nell’App and Play Store. Il diario glicemico e il calcolatore di bolo di mySugr sono entrambi dispositivi medici. L’app mySugr è disponibile in 79 Paesi e 24 lingue. Oltre alla sede centrale di Vienna, la società ha un secondo ufficio a San Diego, in California, e attualmente impiega oltre 175 persone. mySugr è entrata a far parte del Gruppo Roche Diabetes Care nel 2017.

Questa possibilità per tutti i pazienti sarà disponibile per 6 mesi dall’attivazione, che sarà possibile fino al 30 settembre, nell’ottica di dare alle persone con diabete e ai loro diabetologi uno strumento in più per poter affrontare la nuova normalità dei prossimi mesi. 2 / 5