Telemedicina e diabete del bambino e dell’adolescente. Inaugurato a Verona un servizio con un team di specialisti consultabile da tutta Italia.

Inaugurato il primo servizio in Italia di telemedicina interamente dedicato ai bambini e adolescenti con diabete e alle loro famiglie.

Il servizio di telemedicina, realizzato grazie a Regione Veneto, Università di Verona e Azienda Ospedaliera Universitaria integrata e Associazioni di famiglie di bambini e ragazzi con diabete, ha sede nel Centro Regionale di Diabetologia Pediatrica all’interno dell’Ospedale della Donna e del Bambino di Verona.

 “L’obiettivo – spiega Claudio Maffeis, direttore del Centro Regionale e professore del dipartimento di Scienze chirurgiche, odontostomatologiche e materno infantili dell’ateneo – “è offrire attività di educazione terapeutica all’autogestione della malattia e supporto nutrizionale e psicologico, a tutte le famiglie impegnate quotidianamente nel difficile compito di gestire il diabete.”

“L’aspetto innovativo – aggiunge Alberto Sabbion, coordinatore del servizio di telemedicina – è dato dalla possibilità offerta all’utente di fruire a distanza della consulenza di un team multidisciplinare dedicato a questa attività, costituito da pediatra, dietista, psicologo e infermiere specializzati nel diabete in età pediatrica”.

“Questa iniziativa costituisce un ottimo esempio di innovazione volta a rispondere ai bisogni dei piccoli pazienti e delle loro famiglie – rileva Pier Francesco Nocini, Rettore dell’Università di Verona – a prova dell’ottimo rapporto di collaborazione e integrazione tra Università e Azienda Ospedaliera”.

“Grazie a quanto stabilito da una recente delibera della Regione Veneto, che ha sostenuto questo progetto” aggiunge Francesco Cobello, Commissario dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona, “i genitori potranno prenotare con impegnativa del proprio medico ed effettuare a distanza una televisita o prendere parte ad incontri di formazione di gruppo in videoconferenza”.

La televisita non ha lo scopo di sostituire la visita in presenza ma di integrarla favorendo così il percorso di cura e l’aderenza alla terapia, riducendo le difficoltà legate alla distanza e ai tempi di spostamento delle famiglie, così importante soprattutto in questa situazione di pandemia Covid-19.

I bambini affetti da diabete in Italia sono circa 20.000, 1500 in Veneto. A Verona vengono seguiti ogni anno circa 600 bambini e adolescenti e il loro numero è in lento ma costante aumento. I motivi di questo aumento, segnalato anche in altri paesi, non sono noti.

“Oltre al servizio indirizzato alle famiglie” affermano i rappresentanti delle Associazioni dei pazienti “la telemedicina può favorire un miglior inserimento nel contesto sociale del bambino e adolescente con diabete, attraverso attività formativa rivolta agli operatori della scuola e delle società sportive e a tutti gli educatori ai quali sono affidati”. 

Sempre nell’ottica di sostenere ed essere vicini ai pazienti e alle loro famiglie, da venerdì è online anche il nuovo sito web del Centro Regionale per la Diabetologia Pediatrica, www.diapedverona.it, dove si possono trovare tutte le informazioni sulle attività svolte dal suo team e le relative indicazioni sulle modalità di prenotazione, con particolare riferimento a quelle svolte in telemedicina.

Ufficio Stampa e Comunicazione istituzionale

Email: ufficio.stampa@ateneo.univr.it

Quattro milioni dalla Ue all’Università Padova per il pancreas artificiale.

Quattro milioni di euro per finanziare la ricerca di bioingegneria in ambito diabetologico dalla Commissione Europea, nel quadro del programma Future & Emerging Technologies Proactive Horizon 2020, sono stati assegnati a “Forgetdiabetes”, progetto ideato da Claudio Cobelli, professore emerito di Bioingegneria dell’Università di Padova.

Nei prossimi quattro anni, i ricercatori padovani lavoreranno con i colleghi dell’Istituto di Biorobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa per lo sviluppo di un pancreas artificiale completamente impiantabile, per la cura del diabete tipo 1.

“Un team interdisciplinare – spiega Cobelli – con i migliori esperti in micro-nanomeccatronica, modellazione, ingegneria di controllo, biomateriali, endocrinologia, chirurgia e scienze comportamentali è stato ‘assemblato’ per sviluppare ciò che è stato considerato impossibile per decenni: un sensore per glicemia più pompa per insulina, che per le dimensioni altamente miniaturizzate potrà essere impiantato all’interno dell’addome e grazie a un sistema di gestione intelligente consentirà un controllo quotidiano completamente automatico ed ‘invisibile’ del diabete, consentendo al malato di liberarsi dagli oneri quotidiani per il controllo del suo diabete”. 

Il diabete tipo 1 è una malattia cronica ancora senza possibilità di guarigione: in Italia colpisce circa 300.000 persone di cui circa 18.000 bambini, dipendenti dall’insulina: ogni anno devono effettuare 3.000 punture del dito per il controllo della glicemia e circa 1.800 iniezioni. Le nuove tecnologie negli ultimi anni hanno notevolmente migliorato la qualità della vita.
La valenza europea del progetto Forgetdiabetes è confermata dalla collaborazione del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione (Dei) dell’Universià di Padova e l’Istituto di Biorobotica della Scuola Sant’Anna di Pisa e WaveComm SME di Siena per gli sviluppi di bioingeneria; Lifecare, SME, Trondheim (Norvegia), per lo sviluppo di un sensore glicemico miniaturizzato; il Centre Hospitalier Universitaire de Montpellier (Francia), il Pfützner Science & Health Institute GmbH, Mannheim (Germania) e il Forschungsinstitut der Diabetes-Akademie Bad MergentheimBad (Germania) per gli sviluppi clinici e la valutazione dell’impatto psicologico. A conclusione del percorso di sviluppo tecnologico, il progetto consentirà allo staff della Diabetologia Pediatrica di Padova, diretta da Carlo Moretti, di estendere la sperimentazione anche ai bambini ed adolescenti.

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Diabete, insulina orale più vicina. Si pensa alla fase III.

A livello globale quasi il 10% della popolazione mondiale soffre di diabete, che nel 90% dei casi è di tipo 2. Il trattamento iniziale del diabete prevede di adottare un’alimentazione più salutare e di svolgere una regolare attività fisica insieme all’assunzione di farmaci antidiabetici per via orale. 

Se questi approcci non portano ai risultati sperati, vengono generalmente consigliate le iniezioni di insulina per compensare l’incapacità del pancreas nel produrre questo ormone.

Tuttavia le iniezioni di insulina hanno il limite di una scarsa aderenza terapeutica da parte del paziente, a cui si aggiungono i problemi di sicurezza legati alla tossicità da insulina, aumento di peso e ipoglicemia. Per questo motivo, nonostante i benefici ben documentati dell’uso precoce di insulina, la maggior parte dei medici e dei pazienti la utilizza come ultima risorsa.

Il progetto Oralis ha consentito di sviluppare una tecnologia per la somministrazione orale del farmaco, e ha completato la fase II con risultati promettenti.

Insulina per via orale in sviluppo
Grazie al progetto Oralis sostenuto dall’Unione Europea, la compagnia Oramed Pharmaceuticals ha lavorato sullo sviluppo di una capsula in grado di veicolare l’insulina nell’organismo attraverso il sistema gastrointestinale, piuttosto che il flusso sanguigno, sfruttando la tecnologia innovativa proprietaria Protein Oral Delivery (POD) studiata per trasformare i trattamenti iniettabili in terapie orali.

I ricercatori hanno già condotto studi clinici in cui il loro candidato farmaco, chiamato ORMD-0801, non solo si è dimostrato sicuro e ben tollerato ma ha anche consentito di ridurre i livelli di emoglobina glicata (HbA1c) e la glicemia a digiuno senza aumentare il peso corporeo.

Una tecnologia rivoluzionaria
La tecnologia di Oramed utilizza un rivestimento speciale che consente di proteggere il farmaco nel tratto gastrointestinale, mentre un inibitore della proteasi impedisce agli enzimi intestinali che degradano le proteine di danneggiarlo. L’aggiunta di stimolatori dell’assorbimento aiuta i peptidi ad attraversare la parete dell’intestino tenue.

Tra i diversi studi clinici condotti sul candidato, il più recente e ampio è stato un trial di fase II che ha coinvolto oltre 300 partecipanti per una durata di trattamento di 90 giorni. I risultati hanno dimostrato una riduzione statisticamente significativa dei livelli di HbA1c, accompagnata da buone risposte in termini di sicurezza e tollerabilità. Fino a oggi ORMD-0801 è stato somministrato oltre 7000 volte in più di 700 persone.

«Sorprendentemente, abbiamo scoperto che l’assunzione della nostra insulina orale solo una volta al giorno la sera prima di andare a dormire ha avuto un effetto statisticamente significativo sull’abbassamento del glucosio nel sangue per 24 ore intere» ha dichiarato il direttore scientifico di Oramed Miriam Kidron.

La terapia ideale
Nella sola Europa, oltre il 6% della popolazione adulta soffre di diabete e questo numero cresce ogni anno. Dato che il trattamento precoce ha dimostrato di comportare benefici a lungo termine per la salute delle persone con diabete, l’insulina orale potrebbe rappresentare un punto di svolta. «Questa potrebbe diventare la terapia di riferimento per il diabete di tipo 2, soprattutto come opzione in fase iniziale. Sentiamo che in questo momento siamo vicini a qualcosa di veramente rivoluzionario» ha osservato.

«Siamo molto soddisfatti del feedback positivo ricevuto durante il nostro incontro con la Fda e non vediamo l’ora di presentare all’agenzia i nostri protocolli per le sperimentazioni di fase III. Una volta completate con successo, presenteremo la Biologics license application (BLA) che ci concederebbe 12 anni di esclusiva di marketing per ORMD-0801» ha affermato Nadav Kidron, Ceo dell’azienda. «Sulla base dei nostri risultati scientifici e degli studi clinici condotti fino ad oggi, crediamo fermamente che la nostra insulina orale risolverà i bisogni insoddisfatti dei pazienti diabetici».

Oltre all’insulina, la compagnia sta sviluppando versione orale dell’analogo del GLP-1 iniettivo exenatide, denominata ORMD-0901.

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Il diabete si può prevenire o anche invertire se si evita il sovrappeso.

Perdere peso potrebbe prevenire o addirittura invertire il diabete, indipendentemente dalla predisposizione genetica a sviluppare la condizione, secondo quanto emerso da una ricerca presentata al congresso della European Society of Cardiology (ESC) 2020.

Come evidenziato dai ricercatori, nel 2019 circa 463 milioni di persone in tutto il mondo soffrivano di diabete, principalmente (circa il 90%) di tipo 2, che raddoppia il rischio di malattia coronarica, ictus e morte per malattie cardiovascolari.

Obiettivi dello studio erano:

  1. valutare quanto si modifica il rischio di sviluppare diabete a tutti i livelli di punteggio poligenico (PGS) per la malattia in funzione dell’indice di massa corporea (BMI), che rappresenta la principale causa modificabile del diabete, così da stimare il rischio di sviluppare la condizione nel corso della vita
  2. comparare l’effetto del sovrappeso a lungo e a breve termine sul rischio di diabete a tutti i livelli di predisposizione genetica per identificare il trattamento ottimale per prevenire o invertire la malattia

«Dal momento che siamo nati con i nostri geni, potrebbe essere possibile individuare precocemente chi ha un’alta probabilità di sviluppare il diabete nel corso della vita», ha affermato il ricercatore principale e relatore al congresso Brian Ference, dell’Università di Cambridge (UK) e dell’Università di Milano. «Abbiamo condotto questo studio per scoprire se la combinazione del rischio ereditario e dell’indice di massa corporea potrebbe identificare le persone a maggior rischio di sviluppare la malattia. Gli sforzi di prevenzione potrebbero quindi concentrarsi su questi individui».

Maggiore BMI = maggiore rischio di diabete
Lo studio ha incluso oltre 445mila soggetti i cui dati e campioni biologici erano presenti nella UK Biobank, con età media di 57,2 anni e per il 54% donne. Il rischio ereditario di diabete è stato valutato utilizzando 6,9 milioni di geni. All’arruolamento sono stati misurati altezza e peso per calcolare l’indice di massa corporea (BMI), poi i partecipanti sono stati divisi in cinque gruppi in base al rischio genetico di diabete e in cinque gruppi in base al BMI.

I partecipanti sono stati seguiti fino a un’età media di 65,2 anni. Durante quel periodo oltre 31mila persone hanno sviluppato il diabete di tipo 2.

I soggetti nel gruppo con BMI più alto (media 34,5 kg/m2) avevano un rischio di diabete 11 volte maggiore rispetto a quelli con BMI più basso (media 21,7). Avevano inoltre maggiori probabilità di sviluppare il diabete rispetto a tutti gli altri gruppi, indipendentemente dal rischio genetico. «I risultati indicano che il BMI è un fattore di rischio per il diabete molto più potente della predisposizione genetica» ha detto Ference.

La durata del sovrappeso non influisce
I ricercatori hanno quindi utilizzato metodi statistici per stimare se la probabilità di diabete nelle persone con un BMI elevato sarebbe stata ancora superiore se fossero state in sovrappeso per un lungo periodo di tempo, scoprendo che la durata di un BMI elevato non ha avuto un impatto sul rischio di sviluppare la malattia.

«Questo suggerisce che quando le persone superano una certa soglia di BMI le loro possibilità di diabete aumentano e rimangono allo stesso alto livello di rischio indipendentemente dal tempo in cui restano in sovrappeso» ha aggiunto, facendo presente che la soglia, ovvero il BMI al quale iniziano a sviluppare livelli di zucchero nel sangue anomali, è probabilmente diversa da persona a persona.

«I risultati indicano che la maggior parte dei casi di diabete potrebbe essere evitata mantenendo l’indice di massa corporea al di sotto del limite che innesca livelli anomali di zucchero nel sangue. Questo significa che per prevenire il diabete dovrebbero essere valutati con regolarità tanto il BMI quanto la glicemia. Quando cominciano a comparire i problemi glicemici è fondamentale impegnarsi per perdere peso» ha concluso. «Ridurre il peso corporeo nelle fasi iniziali, prima che si verifichi un danno permanente, potrebbe anche consentire di invertire il diabete».

Bibliografia

European Society of Cardiology. “Body mass index is a more powerful risk factor for diabetes than genetics.” ScienceDaily. ScienceDaily, 31 August 2020.

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Coronavirus potrebbe favorire lo sviluppo del diabete.

diabete e covid-19

Il caso, giovane con SARS-CoV-2 asintomatico divenuto diabetico.

Il coronavirus potrebbe influenzare la funzione del pancreas favorendo lo sviluppo del diabete: lo suggerisce il caso di un giovane paziente con infezione da SARS-CoV-2 asintomatica, che si è ammalato di diabete autoimmune o insulino-dipendente (diabete 1) proprio in concomitanza con l’infezione. Il caso è stato riferito sulla rivista Nature Metabolism da Matthias Laudes dell’Università Schleswig-Holstein di Kiel, in Germania.

Il diabete di tipo 1 è una malattia caratterizzata da una reazione immunitaria impropria che porta alla distruzione delle cellule del pancreas (beta-cellule) deputate a produrre insulina, l’ormone che regola la glicemia. Il giovane, i cui genitori avevano presentato i sintomi del covid-19 dopo un viaggio in Austria, è arrivato al pronto soccorso del Policlinico Schleswig-Holstein con tutti i sintomi del diabete di tipo 1 (sete e minzione eccessive, forte e rapida perdita di peso, affaticamento), poi confermato agli esami del sangue. Il giovane non presentava una predisposizione genetica a malattie autoimmuni come il diabete di tipo 1, né gli auto-anticorpi (quelli aberranti che attaccano il pancreas) tipicamente associati alla malattia. La concomitanza con l’infezione da SARS-CoV-2 fa pensare che il virus abbia disturbato la funzione pancreatica e favorito l’esordio del diabete. La possibilità è avvalorata dal fatto che le cellule del pancreas presentano gli stessi recettori che il virus usa per infettare l’uomo, in particolare le beta-cellule.

Diversi studi hanno suggerito un nesso tra covid-19 e comparsa del diabete, e questo caso clinico va nella stessa direzione, ma serviranno nuove evidenze per confermare il rapporto di causa-effetto tra SARS-CoV-2 e diabete.

“Si tratta di un caso interessante – commenta Francesco Purrello dell’Università di Catania, Presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID) che, pur con le limitazioni ovvie di un caso singolo, pone una ipotesi molto suggestiva. Infatti, che l’infezione da COVID possa infettare le cellule beta pancreatiche è ormai noto da mesi – aggiunge Purrello -; tuttavia, la peculiarità di questo caso risiede nel fatto che il deficit della secrezione insulinica indotto dal virus in questo ragazzo di 19 anni sembra essere stato così grave da causare distruzione rapida e massiva delle cellule beta pancreatiche, propria del diabete autoimmune. Ma in questo caso la distruzione è avvenuta in assenza degli autoanticorpi che si trovano in genere nel sangue di questi pazienti. Quindi l’ipotesi è che ci sia stato un danno diretto e massivo causato dal SARS-CoV-2 e non invece un danno mediato dagli autoanticorpi”, come è tipico del diabete 1, conclude.

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Nei diabetici con Covid-19, prognosi peggiore e mortalità più elevata. Conferme da un nuovo studio italiano.

Le persone con diabete e Covid-19 hanno un rischio maggiore di una prognosi peggiore e di esito infausto, come probabile conseguenza della natura sindromica della malattia che contempla la presenza di iperglicemia, età avanzata e comorbidità, in particolare ipertensione, obesità e malattie cardiovascolari, che contribuiscono ad aumentare il rischio in questi individui. Sono le conclusioni di uno studio italiano appena pubblicato sulla rivista The Lancet Diabetes & Endocrinology.

Al momento della stesura di questa review, in tutto il mondo sono stati segnalati oltre 12 milioni di casi e oltre 550mila decessi. Tra i pazienti gravi con Covid-19 e quelli deceduti è stata rilevata un’alta prevalenza di condizioni concomitanti tra cui diabete, malattie cardiovascolari, ipertensione, obesità e broncopneumopatia cronica ostruttiva. Il tasso di mortalità è particolarmente elevato nei pazienti più anziani, nei quali le comorbidità sono comuni, in particolare il diabete di tipo2, hanno premesso gli autori dello studio.

È noto che il diabete conferisce un aumentato rischio di infezione. Precedenti studi hanno mostrato una relazione tra i livelli di emoglobina glicata e il rischio di necessitare del ricovero ospedaliero a seguito di infezioni, in particolare del tratto respiratorio. Di per sé comunque il diabete non sembra aumentare il rischio di insorgenza della malattia da Covid-19, sebbene sia più frequente nei pazienti con infezione grave.

Da numerosi report clinici internazionali è emerso che i pazienti con Covid-19 e diabete hanno una prognosi peggiore, molto probabilmente a causa dell’effetto concorrente di molteplici fattori. Nella prima fase dell’epidemia, la maggior prevalenza dell’infezione si è verificata nelle persone anziane nella gran parte delle regioni del mondo, ad eccezione della Corea del Sud.

Covid-19

La prevalenza del diabete aumenta con l’età per raggiungere un picco dopo i 65 anni, sia nella popolazione generale che nei pazienti con Covid-19, di conseguenza l’età media dei pazienti con entrambe le condizioni è più vecchia rispetto ai soggetti non diabetici. Inoltre le persone di età superiore ai 65 anni hanno maggiori probabilità di avere una durata più lunga della malattia e una maggiore prevalenza di complicanze diabetiche. Infine diabete ed età avanzata spesso sono correlati a comorbidità come malattie cardiovascolari, ipertensione e obesità.

«Abbiamo provato a verificare quali siano le tante condizioni associate al diabete, come la stessa ipoglicemia, che possono contribuire a questo maggior rischio» ha spiegato l’autore senior dello studio Stefano Del Prato, ordinario di Endocrinologia e direttore Unità operativa di Malattie metaboliche e Diabetologia dell’AOUP, intervistato da Pharmastar. «Un dato importante perché permette di definire una possibile strategia per cercare di proteggere le persone con diabete nel caso in cui dovessero contrarre la malattia virale».

«Facendo questa disamina è emersa una sorta di reciprocità tra la malattia diabetica e la malattia virale» ha aggiunto. «La condizione diabetica espone a un maggior rischio di quanto generato dalla malattia virale, ma l’esposizione al virus sembrerebbe condizionare anche un peggioramento della situazione diabetica, sia in termini di acuzie metaboliche (come la chetoacidosi diabetica e la sindrome iperosmolare iperglicemica), che come segnalazioni di diabete di nuova insorgenza nel corso della malattia virale. È un quadro complesso di cui bisogna tenere conto quando si valutano le possibilità terapeutiche in questi soggetti».

Diabete e Covid, una sfida per i clinici
Il quadro, tuttavia, è più complesso in quanto contempla fattori che diventano rilevanti nel momento in cui bisogna gestire un paziente con Covid-19 grave. In questa situazione un medico deve rendere conto non solo dello stato di salute della persona con diabete, ma deve anche bilanciare attentamente i trattamenti ipoglicemizzanti con quelli specifici per l’infezione.

Quindi, ancora una volta, la gestione del diabete nei pazienti con Covid-19 rappresenta una grande sfida clinica che richiede un approccio di squadra molto integrato, una strategia indispensabile per ridurre il più possibile il rischio di complicanze mediche e di morte.

Un’attenta valutazione dei numerosi componenti che contribuiscono alla prognosi sfavorevole nei pazienti con diabete e infezione da Covid-19 -hanno scritto gli autori- potrebbe rappresentare il modo migliore, se non l’unico, per superare la situazione attuale e consentire ai nostri sistemi sanitari di essere pronti ad affrontare eventuali sfide future in modo tempestivo ed efficace.

Infine, l’interrelazione tra diabete e infezione dovrebbe innescare ulteriori ricerche per comprendere fino a che punto i meccanismi specifici del virus, come il suo tropismo per la cellula β pancreatica, potrebbero contribuire al peggioramento del controllo glicemico e, in alcuni casi, allo sviluppo della chetoacidosi diabetica o della sindrome iperosmolare iperglicemica e, possibilmente, allo sviluppo del diabete di nuova insorgenza.

Come il virus può impattare sul diabete
Nello studio sono riportate alcune ipotesi per spiegare l’influenza del virus sul diabete. Come quella più generale legata alle condizioni di stress, che comporta un aumento degli ormoni che si oppongono all’azione dell’insulina e possono pertanto peggiorare il quadro metabolico, ha commentato Del Prato.

«Una situazione che diventa ancora più marcata nel caso del Covid-19, perché una delle caratteristiche di questa infezione è la tempesta di citochine, che può peggiorare la sensibilità insulinica e quindi rendere il soggetto ipoglicemico» ha dichiarato. «Un’altra è il tropismo, ossia la capacità del virus di poter attaccare direttamente le beta cellule, un fatto che potrebbe portare a una perdita di funzione e di secrezione di insulina, che da una parte contribuisce al peggioramento della glicemia e in altre condizioni potrebbe portare alla comparsa del diabete vero e proprio».

«Un ulteriore aspetto interessante è che questa condizione di marcata infiammazione e perdita di funzione della beta cellula potrebbe comportare la presenza di glicemia elevata al momento del ricovero nei soggetti senza diagnosi di diabete. Alcune analisi sia della letteratura che nostre sembrerebbero suggerire che la comparsa di iperglicemia in questi soggetti possa rappresentare un fattore prognostico ancora più negativo dello stesso diabete» ha continuato. «Quindi questa reciprocità d’azione di alterazione del metabolismo glucidico, o la presenza stessa del diabete, e di impatto della malattia virale, in modo sia diretto (azione sulla beta cellula) che indiretto (stress infiammatorio) porta a prendere in considerazione un segnale prognostico importante sia in caso di diabete ma anche di iperglicemia in un soggetto non diabetico».

Gestione della terapia ipoglicemizzante
Come suggerito dal prof. Del Prato, per i diabetici che possono essere esposti alla malattia virale l’unica raccomandazione è continuare con la propria terapia, intensificare il monitoraggio della glicemia e, in caso di sintomi che potrebbero essere correlati a una possibile infezione virale, contattare immediatamente il proprio medico.

Nella persona che risulta invece affetta da Covid-19 può presentarsi una condizione non severa oppure severa. Nel primo caso può essere continuata la terapia in atto garantendo una regolare nutrizione, un’abbondante idratazione e un’intensificazione del controllo glicemico in modo da intervenire prontamente.

Tenendo presente i fattori che potrebbero essere peggiorativi nei riguardi dei farmaci utilizzati. Ad esempio in un paziente con insufficiente idratazione l’uso di farmaci che potrebbero aumentare la diuresi, come gli SGLT2 inibitori, potrebbe essere considerato con maggiore attenzione, così come in una persona inappetente un agonista del GLP-1 potrebbe determinare uno stato di intolleranza gastrointestinale e peggiorare questa situazione.

«In caso di situazione severa, la raccomandazione è di passare quanto prima al trattamento insulinico, mantenere i livelli glicemici compresi fra i 120 e 200 mg/dl, evitare accuratamente l’ipoglicemia sospendendo farmaci come le sulfoniluree in associazione con la clorochina e fare attenzione a tutti i farmaci per via orale che possono essere problematici nel loro uso» ha concluso.

Leggi da Pharmastar