Diabete e vaccinazione anti-Covid: ecco le ragioni di una scelta necessaria e salva-vita.

Le persone con diabete sono tra le categorie a maggior rischio di esito infausto in caso di infezione da nuovo coronavirus, come dimostrano anche i risultati degli ultimissimi studi, uno inglese e uno francese, appena pubblicati sulla rivista Diabetologia. Il vaccino anti-COVID è dunque per loro un’arma fondamentale. I diabetologi esortano le persone con diabete a vaccinarsi senza indugio

Il COVID è un nemico importante per le persone con diabete. Per questo la Società Italiana di Diabetologia, insieme all’Associazione Medici Diabetologi e alla Società Italiana di Endocrinologia si sono fatte promotrici della richiesta di rendere prioritaria la vaccinazione anti-COVID per le persone con diabete. A ulteriore conferma di quanto il vaccino sia fondamentale per la popolazione diabetica, arrivano i risultati aggiornati dello studio CORONADO, pubblicati oggi su Diabetologia(la rivista della EuropeanAssociation for the Study of Diabetes, EASD) dai professoriBertrand CarioueSamyHadjadj, dell’Università di Nantes (Francia). I dati pubblicati a maggio evidenziavano che il 10% delle persone con diabete e COVID moriva entro la prima settimana di ricovero. La nuova analisi, effettuata su 2.796 partecipanti (arruolati presso 68 centri ospedalieri francesi), evidenzia che un paziente su 5, tra i diabetici ricoverati per COVID, muore entro 28 giorni dal ricovero. Una glicemia elevata al momento del ricovero si associa ad un aumentato rischio di morte.

“La pandemia di Covid-19 – afferma il professor Agostino Consoli, presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID) –continua a mietere vittime e le vittime sono certamente molto più numerose tra le persone già affette da altre patologie. Tra queste, purtroppo, vanno sicuramente incluse le persone con diabete. Questo traspare già dai dati dell’Istituto Superiore di Sanità, secondo i quali il diabete mellito è presente nel 30% dei pazienti deceduti per COVID-19, una percentuale significativamente superiore rispetto alla prevalenza della malattia diabetica nella popolazione generale (In Italia, il 6,7 %). E recentissimi studi internazionali non fanno che confermare questo dato drammatico. Un lavoro inglese del dottor Andrew McGovern dell’Università di Exeter, appena pubblicato online su Diabetologia, dimostra che tra i soggetti affetti da COVID -19, il rischio di morte in un individuo di 50 anni con diabete è pari al rischio di morte di un soggetto di 66 anni senza diabete. Lo studio osservazionale francese CORONADO pubblicato oggi su Diabetologia riporta che su una coorte di pazienti diabetici ospedalizzati per Covid-19 ben 1 su 5 va incontro al decesso durante le prime 4 settimane di ricovero. Sono dati drammatici, che sottolineano ancora volta quanto sia fondamentale ed irrinunciabile, per tutti, ma in particolare per le persone con il diabete, prevenire il contagio e proteggersi con il vaccino”.

Al momento le uniche azioni efficaci per la protezione control’infezione da SARS Cov-2 sono il distanziamento sociale e la profilassi vaccinale. “Tutti i dati ad oggi disponibili – conclude Consoli – dimostrano che anche nelle persone con diabete la vaccinazione anti-SARS Cov 2 è efficace e sicura. E’ quindi necessarioche le persone affette da questa condizione si rendano conto di quanto sia fondamentale la protezione offerta dal vaccino e corrano a vaccinarsi appena questo sarà possibile nelle loro sedi. Questo sempre continuando a rispettare scrupolosamente nei comportamenti le norme di sicurezza generali necessarie per limitare la trasmissione del virus”.

Ufficio Stampa SID

VACCINI ANTI SARS-COV-2 E DIABETE: PRIMI DATI CONFORTANTI.

La domanda è semplice: il vaccino funzionerà nei soggetti con diabete e iperglicemia? La domanda non è banale per due motivi. Il primo è che il paziente con diabete appartiene ad una categoria a rischio che in caso di sviluppo di polmonite da COVID-19 ha mostrato un doppio aumento del rischio di ricovero in un’unità di terapia intensiva e un triplo aumento del rischio di mortalità ospedaliera. Sarà quindi presumibilmente coinvolto precocemente nella campagne di vaccinazioni e potrebbe giovarsene maggiormente in termini di bilancio rischio beneficio. Il secondo è che non è scontato che la capacità di montare una risposta immunitaria valida dopo vaccinazione non sia influenzata dalla presenza di iperglicemia e diabete. Malattie o trattamenti che influenzino il funzionamento del sistema immunitario potrebbero modificare la capacità di risposta al vaccino. Il diabete e l’iperglicemia sono associati a modificazioni del sistema immunitario che possono riguardare anche la risposta anticorpale. Il DRI ha recentemente pubblicato che la risposta anticorpale nel paziente con diabete nei soggetti ospedalizzati con COVID-19 è sovrapponibile in termini di tempistica con quella dei soggetti non diabetici e associata a protezione in termini di mortalità. Ulteriori dati sono stati sottomessi per la pubblicazione inerenti la capacità protettiva della risposta e la sua durata. Questi dati nel loro insieme fanno ben sperare che anche la risposta anticorpale  in caso di vaccinazione non sia ostacolata dalla presenza del diabete. In questi giorni sono stati resi disponibili i dati di efficacia e di sicurezza di due vaccini, entrambi ad mRNA, sottoposti alla valutazione per approvazione da parte delle agenzie regolatorie come FDA ed EMA: BNT162b2 e mRNA-1273. Sono quindi disponibili i primi dati di sicurezza e di efficacia sulle popolazioni ad alto rischio che includono anche i soggetti con diabete.

Per il vaccino BNT162b2  il 7.8% (2940 su 37586) dei soggetti coinvolti presentava una condizione di diabete senza complicazioni croniche e lo 0.6% (169 su 37586) diabete con complicanze croniche. L’efficacia del vaccino su tutta la popolazione ha mostrato una protezione del 95% (90.3-97.6%) e valori equivalenti sono stati ottenuti nei soggetti con diabete (94.7%).

Per il vaccino mRNA-1273 il 9.7% (2858 su 27817) dei soggetti coinvolti presentava una condizione di diabete. L’efficacia del vaccino su tutta la popolazione ha mostrato una protezione del 94.5% (83.7-97.3%) e valori equivalenti sono stati ottenuti nei soggetti con diabete (100%).

Per entrambi i vaccini non si sono evidenziate problematiche di sicurezza specifiche nella popolazione dei soggetti con diabete.

Quali sono i limiti degli attuali dati? Seppur i primi dati sono molto confortanti bisognerà aspettare l’estensione della vaccinazione ad una numerosità maggiore di soggetti con diabete per avere risposte definitive. Inoltre, al momento mancano alcuni dati importanti sui soggetti con diabete reclutati quali ad esempio la stratificazione per fasce di età, il tipo di diabete, il tipo di terapia in atto, la durata della malattia, il compenso glicometabolico al momento della vaccinazione. Infine, come anche per i soggetti non diabetici, si ha a disposizione un tempo di osservazione ancora breve e dati per la popolazione pediatrica.

Al netto degli attuali limiti, i primi risultati sono molto confortanti e giustificano ancora di più l’inserimento della popolazione diabetica tra quelle che possano beneficiare della somministrazione del vaccino.

Il Diabetes Research Institute dell’Ospedale San Raffaele di Milano coglie l’occasione per ringraziare tutti coloro che danno  fiducia alla nostra ricerca sostenendola con iniziative di supporto e donazioni e ricorda che le conoscenze sulla malattia COVID-19 e le vaccinazioni per la sua prevenzione sono in continua evoluzione e le informazioni disponibili possono essere soggette a variazioni rilevanti nel tempo.

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Coronavirus potrebbe favorire lo sviluppo del diabete.

diabete e covid-19

Il caso, giovane con SARS-CoV-2 asintomatico divenuto diabetico.

Il coronavirus potrebbe influenzare la funzione del pancreas favorendo lo sviluppo del diabete: lo suggerisce il caso di un giovane paziente con infezione da SARS-CoV-2 asintomatica, che si è ammalato di diabete autoimmune o insulino-dipendente (diabete 1) proprio in concomitanza con l’infezione. Il caso è stato riferito sulla rivista Nature Metabolism da Matthias Laudes dell’Università Schleswig-Holstein di Kiel, in Germania.

Il diabete di tipo 1 è una malattia caratterizzata da una reazione immunitaria impropria che porta alla distruzione delle cellule del pancreas (beta-cellule) deputate a produrre insulina, l’ormone che regola la glicemia. Il giovane, i cui genitori avevano presentato i sintomi del covid-19 dopo un viaggio in Austria, è arrivato al pronto soccorso del Policlinico Schleswig-Holstein con tutti i sintomi del diabete di tipo 1 (sete e minzione eccessive, forte e rapida perdita di peso, affaticamento), poi confermato agli esami del sangue. Il giovane non presentava una predisposizione genetica a malattie autoimmuni come il diabete di tipo 1, né gli auto-anticorpi (quelli aberranti che attaccano il pancreas) tipicamente associati alla malattia. La concomitanza con l’infezione da SARS-CoV-2 fa pensare che il virus abbia disturbato la funzione pancreatica e favorito l’esordio del diabete. La possibilità è avvalorata dal fatto che le cellule del pancreas presentano gli stessi recettori che il virus usa per infettare l’uomo, in particolare le beta-cellule.

Diversi studi hanno suggerito un nesso tra covid-19 e comparsa del diabete, e questo caso clinico va nella stessa direzione, ma serviranno nuove evidenze per confermare il rapporto di causa-effetto tra SARS-CoV-2 e diabete.

“Si tratta di un caso interessante – commenta Francesco Purrello dell’Università di Catania, Presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID) che, pur con le limitazioni ovvie di un caso singolo, pone una ipotesi molto suggestiva. Infatti, che l’infezione da COVID possa infettare le cellule beta pancreatiche è ormai noto da mesi – aggiunge Purrello -; tuttavia, la peculiarità di questo caso risiede nel fatto che il deficit della secrezione insulinica indotto dal virus in questo ragazzo di 19 anni sembra essere stato così grave da causare distruzione rapida e massiva delle cellule beta pancreatiche, propria del diabete autoimmune. Ma in questo caso la distruzione è avvenuta in assenza degli autoanticorpi che si trovano in genere nel sangue di questi pazienti. Quindi l’ipotesi è che ci sia stato un danno diretto e massivo causato dal SARS-CoV-2 e non invece un danno mediato dagli autoanticorpi”, come è tipico del diabete 1, conclude.

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Nei diabetici con Covid-19, prognosi peggiore e mortalità più elevata. Conferme da un nuovo studio italiano.

Le persone con diabete e Covid-19 hanno un rischio maggiore di una prognosi peggiore e di esito infausto, come probabile conseguenza della natura sindromica della malattia che contempla la presenza di iperglicemia, età avanzata e comorbidità, in particolare ipertensione, obesità e malattie cardiovascolari, che contribuiscono ad aumentare il rischio in questi individui. Sono le conclusioni di uno studio italiano appena pubblicato sulla rivista The Lancet Diabetes & Endocrinology.

Al momento della stesura di questa review, in tutto il mondo sono stati segnalati oltre 12 milioni di casi e oltre 550mila decessi. Tra i pazienti gravi con Covid-19 e quelli deceduti è stata rilevata un’alta prevalenza di condizioni concomitanti tra cui diabete, malattie cardiovascolari, ipertensione, obesità e broncopneumopatia cronica ostruttiva. Il tasso di mortalità è particolarmente elevato nei pazienti più anziani, nei quali le comorbidità sono comuni, in particolare il diabete di tipo2, hanno premesso gli autori dello studio.

È noto che il diabete conferisce un aumentato rischio di infezione. Precedenti studi hanno mostrato una relazione tra i livelli di emoglobina glicata e il rischio di necessitare del ricovero ospedaliero a seguito di infezioni, in particolare del tratto respiratorio. Di per sé comunque il diabete non sembra aumentare il rischio di insorgenza della malattia da Covid-19, sebbene sia più frequente nei pazienti con infezione grave.

Da numerosi report clinici internazionali è emerso che i pazienti con Covid-19 e diabete hanno una prognosi peggiore, molto probabilmente a causa dell’effetto concorrente di molteplici fattori. Nella prima fase dell’epidemia, la maggior prevalenza dell’infezione si è verificata nelle persone anziane nella gran parte delle regioni del mondo, ad eccezione della Corea del Sud.

Covid-19

La prevalenza del diabete aumenta con l’età per raggiungere un picco dopo i 65 anni, sia nella popolazione generale che nei pazienti con Covid-19, di conseguenza l’età media dei pazienti con entrambe le condizioni è più vecchia rispetto ai soggetti non diabetici. Inoltre le persone di età superiore ai 65 anni hanno maggiori probabilità di avere una durata più lunga della malattia e una maggiore prevalenza di complicanze diabetiche. Infine diabete ed età avanzata spesso sono correlati a comorbidità come malattie cardiovascolari, ipertensione e obesità.

«Abbiamo provato a verificare quali siano le tante condizioni associate al diabete, come la stessa ipoglicemia, che possono contribuire a questo maggior rischio» ha spiegato l’autore senior dello studio Stefano Del Prato, ordinario di Endocrinologia e direttore Unità operativa di Malattie metaboliche e Diabetologia dell’AOUP, intervistato da Pharmastar. «Un dato importante perché permette di definire una possibile strategia per cercare di proteggere le persone con diabete nel caso in cui dovessero contrarre la malattia virale».

«Facendo questa disamina è emersa una sorta di reciprocità tra la malattia diabetica e la malattia virale» ha aggiunto. «La condizione diabetica espone a un maggior rischio di quanto generato dalla malattia virale, ma l’esposizione al virus sembrerebbe condizionare anche un peggioramento della situazione diabetica, sia in termini di acuzie metaboliche (come la chetoacidosi diabetica e la sindrome iperosmolare iperglicemica), che come segnalazioni di diabete di nuova insorgenza nel corso della malattia virale. È un quadro complesso di cui bisogna tenere conto quando si valutano le possibilità terapeutiche in questi soggetti».

Diabete e Covid, una sfida per i clinici
Il quadro, tuttavia, è più complesso in quanto contempla fattori che diventano rilevanti nel momento in cui bisogna gestire un paziente con Covid-19 grave. In questa situazione un medico deve rendere conto non solo dello stato di salute della persona con diabete, ma deve anche bilanciare attentamente i trattamenti ipoglicemizzanti con quelli specifici per l’infezione.

Quindi, ancora una volta, la gestione del diabete nei pazienti con Covid-19 rappresenta una grande sfida clinica che richiede un approccio di squadra molto integrato, una strategia indispensabile per ridurre il più possibile il rischio di complicanze mediche e di morte.

Un’attenta valutazione dei numerosi componenti che contribuiscono alla prognosi sfavorevole nei pazienti con diabete e infezione da Covid-19 -hanno scritto gli autori- potrebbe rappresentare il modo migliore, se non l’unico, per superare la situazione attuale e consentire ai nostri sistemi sanitari di essere pronti ad affrontare eventuali sfide future in modo tempestivo ed efficace.

Infine, l’interrelazione tra diabete e infezione dovrebbe innescare ulteriori ricerche per comprendere fino a che punto i meccanismi specifici del virus, come il suo tropismo per la cellula β pancreatica, potrebbero contribuire al peggioramento del controllo glicemico e, in alcuni casi, allo sviluppo della chetoacidosi diabetica o della sindrome iperosmolare iperglicemica e, possibilmente, allo sviluppo del diabete di nuova insorgenza.

Come il virus può impattare sul diabete
Nello studio sono riportate alcune ipotesi per spiegare l’influenza del virus sul diabete. Come quella più generale legata alle condizioni di stress, che comporta un aumento degli ormoni che si oppongono all’azione dell’insulina e possono pertanto peggiorare il quadro metabolico, ha commentato Del Prato.

«Una situazione che diventa ancora più marcata nel caso del Covid-19, perché una delle caratteristiche di questa infezione è la tempesta di citochine, che può peggiorare la sensibilità insulinica e quindi rendere il soggetto ipoglicemico» ha dichiarato. «Un’altra è il tropismo, ossia la capacità del virus di poter attaccare direttamente le beta cellule, un fatto che potrebbe portare a una perdita di funzione e di secrezione di insulina, che da una parte contribuisce al peggioramento della glicemia e in altre condizioni potrebbe portare alla comparsa del diabete vero e proprio».

«Un ulteriore aspetto interessante è che questa condizione di marcata infiammazione e perdita di funzione della beta cellula potrebbe comportare la presenza di glicemia elevata al momento del ricovero nei soggetti senza diagnosi di diabete. Alcune analisi sia della letteratura che nostre sembrerebbero suggerire che la comparsa di iperglicemia in questi soggetti possa rappresentare un fattore prognostico ancora più negativo dello stesso diabete» ha continuato. «Quindi questa reciprocità d’azione di alterazione del metabolismo glucidico, o la presenza stessa del diabete, e di impatto della malattia virale, in modo sia diretto (azione sulla beta cellula) che indiretto (stress infiammatorio) porta a prendere in considerazione un segnale prognostico importante sia in caso di diabete ma anche di iperglicemia in un soggetto non diabetico».

Gestione della terapia ipoglicemizzante
Come suggerito dal prof. Del Prato, per i diabetici che possono essere esposti alla malattia virale l’unica raccomandazione è continuare con la propria terapia, intensificare il monitoraggio della glicemia e, in caso di sintomi che potrebbero essere correlati a una possibile infezione virale, contattare immediatamente il proprio medico.

Nella persona che risulta invece affetta da Covid-19 può presentarsi una condizione non severa oppure severa. Nel primo caso può essere continuata la terapia in atto garantendo una regolare nutrizione, un’abbondante idratazione e un’intensificazione del controllo glicemico in modo da intervenire prontamente.

Tenendo presente i fattori che potrebbero essere peggiorativi nei riguardi dei farmaci utilizzati. Ad esempio in un paziente con insufficiente idratazione l’uso di farmaci che potrebbero aumentare la diuresi, come gli SGLT2 inibitori, potrebbe essere considerato con maggiore attenzione, così come in una persona inappetente un agonista del GLP-1 potrebbe determinare uno stato di intolleranza gastrointestinale e peggiorare questa situazione.

«In caso di situazione severa, la raccomandazione è di passare quanto prima al trattamento insulinico, mantenere i livelli glicemici compresi fra i 120 e 200 mg/dl, evitare accuratamente l’ipoglicemia sospendendo farmaci come le sulfoniluree in associazione con la clorochina e fare attenzione a tutti i farmaci per via orale che possono essere problematici nel loro uso» ha concluso.

Leggi da Pharmastar

DIABETE: «TRAIAMO DAL COVID-19 I GIUSTI INSEGNAMENTI PER ADEGUARE IL SISTEMA DI CURA E ASSISTENZA IN ITALIA»

Il 13 luglio, tredicesima edizione dell’Italian Barometer Diabetes Forum. Scienziati, politici, amministratori e società civile si incontrano virtualmente, grazie a Ibdo Foundation e Intergruppo Parlamentare “Obesità e Diabete”, per ripensare l’assistenza alle persone con diabete in Italia, alla luce della “lezione Covid-19”

L’inerzia terapeutica, intesa come mancata o ritardata intensificazione della cura in presenza di insoddisfacente controllo metabolico, è un problema rilevante nel diabete: solo 1 malato su 2 presenta valori di emoglobina glicata inferiori al 7 per cento; anche chi è in terapia insulinica presenta frequentemente valori superiori a 8 e ben 1 su 4 supera il 9 per cento. Il quadro rischia di aggravarsi causa la riduzione di visite specialistiche ed esami di controllo per l’emergenza Covid-19.

Roma, 6 luglio 2020 – Se le persone con diabete sono state tra le maggiori vittime del virus Sars-Cov-2, proprio l’emergenza sanitaria Covid-19 rischia di avere gravi ripercussioni sulla cura della malattia diabetica, sul suo controllo e sull’insorgenza di complicanze a medio e lungo termine. Sarà l’analisi di questo fenomeno, insieme alla valutazione di possibili nuove forme di gestione clinica che migliorino e rafforzino l’assistenza alle persone con diabete in Italia, garantendo accesso equo e adeguato alle cure, il tema al centro dell’annuale Italian Barometer Diabetes Forum, giunto alla tredicesima edizione e che si svolgerà il 13 luglio in forma virtuale.
L’evento, un momento di incontro tra politici, amministratori, società scientifiche e associazioni di cittadinanza e di pazienti, per confrontarsi sugli argomenti di attualità che ruotano ogni anno intorno al diabete, è organizzato da Italian Barometer Diabetes Observatory (Ibdo) Foundation e dall’Intergruppo Parlamentare “Obesità e Diabete”, nell’ambito dei progetti Changing Diabetes e Defeat Diebates e con il contributo non condizionato di Novo Nordisk.
Avrà come titolo quest’anno ”Diabetes & Inertia: The Covid-19 Lesson” e sarà introdotto dagli interventi di Andrew Boulton, Presidente International Diabetes Federation e Stefano Del Prato, Presidente EASD-European Association for the Study of Diabetes, che valuteranno gli aspetti clinici del nuovo e difficile equilibrio tra malattie infettive diffusive e malattie croniche non trasmissibili come il diabete, e di Walter Ricciardi, Presidente WGPHA-World Federation of Public Health Association,  che rivaluterà le diverse sfide che il sistema sanitario ha dovuto affrontare nei lunghi giorni dell’emergenza. «Questa tredicesima edizione, infatti, cade in un anno drammaticamente segnato da una grave pandemia ed emergenza sanitaria globale, e vuole proprio mettere al centro le persone con diabete, tra le più colpite e vulnerabili in questa sfida clinica, sociale, economica e politico-sanitaria che sta affrontando il nostro Paese, e approfondire il ruolo dell’inerzia clinica correlata alla pandemia, ma non solo, e che riguarda la quotidianità di oltre 4 milioni di italiani», spiega Renato Lauro, Presidente di IBDO Foundation.

Secondo i più recenti dati dell’Istituto superiore di sanità (ISS), i decessi per coronavirus in Italia hanno riguardato per il 30 per cento (28,8 per cento le donne e 30,8 per cento gli uomini) persone con diabete di tipo 2, la seconda patologia preesistente maggiormente riscontrata tra chi ha perso la vita a causa del virus. «A ciò deve aggiungersi che, proprio a causa della pandemia, negli ultimi mesi su tutto il territorio nazionale si è verificata una riduzione delle visite specialistiche, delle attività assistenziali ambulatoriali di routine, degli esami di controllo. Tutto questo rappresenta un problema importante per le persone con diabete, per le quali il monitoraggio periodico è fondamentale per la gestione della malattia e l’adozione della terapia più appropriata. Queste interruzioni dei servizi di assistenza sanitaria di base potrebbero essere causa di sospensioni più o meno prolungate delle terapie, con conseguenze negative sul controllo della malattia e sul rischio di insorgenza di complicazioni, rendendo così le persone con diabete maggiormente vulnerabili anche alle conseguenze indirette del Covid-19», dice Simona Frontoni, Presidente Comitato Scientifico IBDO Foundation e Professore Associato di Endocrinologia, Università di Roma Tor Vergata.

L’inerzia terapeutica, intesa come mancato inizio o ritardata intensificazione di una terapia in presenza di un insoddisfacente controllo metabolico, è già di per sé un problema rilevante nel controllo del diabete, reso ancora più grave, per queste ragioni, dall’emergenza Covid-19. «Nonostante la disponibilità di un ampio spettro di opzioni terapeutiche efficaci e la dimostrazione dell’importanza di un adeguato controllo metabolico per prevenire o ritardare l’insorgenza delle complicanze del diabete di tipo 2, una percentuale elevata di pazienti non raggiunge i target terapeutici desiderati. I dati degli Annali AMD documentano come, pur di fronte ad un miglioramento nel tempo degli indicatori di qualità della cura, solo un paziente su due presenti un valore di emoglobina glicata (HbA1c) inferiore al 7 per cento, come raccomandato dalle linee guida esistenti, mentre uno su cinque mostra un controllo metabolico francamente inadeguato, superiore a 8. Valori medi di HbA1c superiori a 8 e, in un caso su quattro addirittura al 9 per cento, si riscontrato persino in persone in trattamento con insulina», ricorda Paolo di Bartolo, Presidente AMD-Associazione medici diabetologi. «Inoltre, gli Annali evidenziano la presenza di inerzia terapeutica in molteplici dimensioni della cura della persona con diabete: pazienti trattati con terapia insulinica che persistono in stato di non ottimale compenso glicemico, soggetti con valori alterati di pressione arteriosa e lipidi che non ricevono proposte appropriate terapeutiche ed infine pazienti con malattia renale o cardiovascolare non ancora trattati con le terapie che hanno chiaramente dimostrato un’importante efficacia nella protezione da queste complicanze correlate al diabete», aggiunge.

Diversi studi hanno dimostrato che l’inerzia terapeutica è associata a esiti microvascolari e macrovascolari peggiori e quindi a più complicanze: cardiovascolari, renali, circolatorie, rischio di cecità, dialisi o amputazioni, per chi soffre di diabete. «Le evidenze scientifiche mostrano che una precoce ed efficace gestione del controllo glicemico riduce le complicanze; pertanto, è fondamentale superare l’inerzia terapeutica, per il raggiungimento dei valori desiderati di emoglobina glicata e per migliorare i risultati a più lungo termine. L’inerzia terapeutica può essere superata attraverso sinergie tra Istituzioni sanitarie, società scientifiche, associazioni pazienti, medici e persone con il diabete, promuovendo a tutti i livelli la consapevolezza che si tratta di un fenomeno ad alto rischio, che influisce negativamente sulla cura del paziente e che aumenta i costi diretti e indiretti della malattia. Ciò è vero nella normalità, ma è ancora più vero oggi, in una fase che ci sta portando fuori dall’emergenza, ma che rende necessario assolutamente ripensare anche il nostro modo di gestire la salute e di migliorare e razionalizzare l’assistenza alla persona con diabete per il futuro», ammonisce Francesco Purrello, Presidente SID-Società italiana di diabetologia.

Già nelle scorse settimane, a tutela della persona con diabete e, in particolare nella fase di emergenza Covid-19, della persona con diabete quale “paziente fortemente vulnerabile e fragile”, i rappresentanti di società scientifiche, fondazioni, associazioni pazienti, coordinamenti associativi e professionali, impegnati nel campo della tutela della salute, della prevenzione e della cura delle persone con diabete e dei loro familiari hanno indirizzato, per il tramite dell’Intergruppo parlamentare “Obesità e Diabete”, una lettera aperta alle Istituzioni per evidenziare l’urgenza di adeguati e rapidi interventi. «L’obiettivo di quel documento era porre all’attenzione del Governo, del Parlamento e di tutte le Istituzioni politiche e sanitarie il rischio reale che, come i numeri purtroppo ci confermano, le persone con diabete corrono in questa emergenza sanitaria non ancora conclusasi e sottolineare come fosse, e lo sia ancora, prioritario mettere in atto, nell’immediato, azioni che garantiscano assistenza e cure più adeguate alle persone con diabete mellito», dice Roberto Pella, Co-Presidente Intergruppo parlamentare “Obesità e Diabete”. «Partendo dalle proposte contenute nella lettera, volte a una riorganizzazione dell’assistenza nella fase post-emergenza COVID-19 con un nuovo approccio a favore delle persone con diabete, che preveda il potenziamento dell’integrazione tra ospedale e cure primarie e specialistiche, il ricorso a strumenti e procedure di telemedicina e teleconsulto, l’integrazione tra l’informatizzazione istituzionale dei sistemi sanitari regionali e di quella clinica diabetologica e della medicina generale, l’accesso omogeneo su tutto il territorio nazionale ai trattamenti innovativi, alle tecnologie per la somministrazione della terapia insulinica con sistemi di infusione continua, al monitoraggio continuo del glucosio, auspichiamo che il dibattito e il confronto che scaturiranno dalla prossima edizione dell’Ibdo Forum convergano verso una presa d’atto che un cambiamento di rotta è necessario. L’emergenza Covid-19 ha profondamente inciso sulle nostre vite e abitudini consolidate, traiamo da quanto successo in questi quattro mesi uno spunto per ripartire, non semplicemente da dove ci siamo fermati all’inizio di marzo 2020, ma con nuovi obiettivi e una visione diversa anche della sanità e dell’approccio alla malattia diabetica», conclude Pella.

«Defeat diabetes, sconfiggere il diabete, è il nuovo obiettivo che Novo Nordisk si è posta, con una strategia d’impresa e di responsabilità sociale destinata a incidere fortemente sull’innovazione farmacologica, per il beneficio di medici e malati, sull’accesso alle cure, soprattutto per i pazienti più fragili e vulnerabili e sulla prevenzione, per arrestare la crescita del diabete nel mondo. Durante l’emergenza sanitaria abbiamo fatto la nostra parte, a fianco dei sistemi sanitari impegnati in ogni paese contro Covid-19 e adesso con il nostro sostegno continuo a Ibdo Foundation e al suo Ibdo Forum annuale vogliamo contribuire a favorire il confronto tra tutte le parti interessate affinché i milioni di persone che vivono con il diabete possano godere della migliore assistenza possibile», dichiara Drago Vuina, General manager & Corporate vice president di Novo Nordisk Italia.

Ufficio stampa: HealthCom Consulting

IL CUP HA RADDOPPIATO LE SUE LINEE TELEFONICHE. NUOVO IMPULSO ALLE PRENOTAZIONE ONLINE E NUOVO SERVIZIO DI DIALOGO CON IL CUP. #COVID-19

L’Ulss 3 ha già potenzia le linee telefoniche per la prenotazione di esami e visite mediche al Cup. per far fronte all’aumento delle richieste, nel distretto di Venezia e Mestre sono lievitate le linee bidirezionali attive: da 60 a 100, e presto verranno portate a 120. Qui sono 43 gli operatori disponibili. Nel distretto di Mirano-Dolo le linee erano 30, ora sono 60 e ne verranno attivate 90 in totale, con 32 operatori in campo. Chioggia aveva 15 linee, adesso sono state potenziate arrivando a 60, con 16 operatori. L’Azienda sanitaria risponde così all’aumento di traffico telefonico in entrata al Centro Unico prenotazioni, verificatosi con lo spegnimento del lockdown.


Le chiamate al CUP dell’Ulss 3 Serenissima sono raddoppiate. Nel mese di maggio il distretto del Veneziano ha registrato, rispetto al mese di gennaio, un aumento del 67% delle telefonate, quello di Mirano Dolo un +114%, quello di Chioggia un +145%.

“Ma in queste settimane abbiamo anche deciso di sviluppare modelli alternativi di prenotazione per rispondere nel modo più adeguato e veloce ai pazienti che necessitano di una prestazione sanitaria – spiega ai giornalisti il Direttore Generale dell’Ulss 3 Serenissima Giuseppe Dal Ben, in occasione del consueto punto stampa -. Rilanciamo e promuoviamo quindi altri due servizi di prenotazione online che si affiancheranno alla tradizionale richiesta telefonica”.

Una di queste, già attiva per le prenotazioni tramite computer, è il sistema di ICup, che nei Distretti del Veneziano e di Mirano-Dolo consente la prenotazione attraverso la compilazione di un form online. L’altra, cliccando un bottone e inserendo le informazioni essenziali, è invece una richiesta veloce per essere ricontattati dagli operatori del Cup entro due giorni. “Le due funzioni sono presenti nella home page del sito della nostra azienda sanitaria – ne indica il funzionamento Antonio Baccan, il dirigente responsabile dell’Ufficio relazioni con il pubblico -. Su ‘Prenotazioni e disdette’ si sceglie il Distretto di riferimento. Si viene indirizzati così a un modello di compilazione online per la prenotazione della prestazione, dove sarà l’utente a inserire i riferimenti della sua ricetta medica. Oppure, poco più in basso, l’utente può cliccare un bottone verde per chiedere di essere ricontattato dal Cup. Verrà richiamato al massimo entro le 48 ore successive. Quest’ultima è una modalità introdotta da un mese, e nelle ultime quattro settimane quasi tremila persone hanno scelto di utilizzarla: solo gli utenti che hanno contattato in questo modo il CUP sono stati 231″.


Altro metodo di prenotazione pratico e alternativo è quello del progetto Farmacup, e cioè la prenotazione della prestazione nella propria farmacia di fiducia. Nel Distretto veneziano hanno aderito 81 farmacie su 101, 60 su 72 a Mirano Dolo e tutte le 22 di Chioggia. In alcune di queste si può pagare anche il ticket (in 13 farmacia nel distretto di Venezia Mestre, 39 a Mirano-Dolo e una a Chioggia).


L’aggiornamento sui numeri dell’epidemia.
Poi il Direttore Generale ha ripreso il punto sull’andamento dei contagi. Ai 1.907 casi di positività dal 21 febbraio se ne sono aggiunti altri due asintomatici. In isolamento oggi ci sono 141 persone, 9 in meno rispetto a ieri. Dei 68 attualmente positivi solo 14 sono ricoverati: 6 all’ospedale di Dolo e 8 in quello mestrino di Villa Salus. 1.598 i guariti dallo scoppiare dell’epidemia, 243 invece i decessi (quelli in ospedale 207). Da dieci giorni nessun caso è mai più transitato in terapia intensiva. “Ma non abbiamo vinto la guerra. E nemmeno la battaglia. Ricordiamoci che molte persone sono morte per colpa di questo virus. Abbiamo cercato però di difenderci bene” sottolinea Dal Ben. “Dalle prime riaperture di maggio ad ora i contagi sono andati via via calando. Aspettiamo la fatidica data del 15 giugno per capire se questo dato si stabilizza come sembra. Ma dobbiamo continuare a rispettare le misure di distanziamento sociale, a utilizzare le mascherine, a evitare di frequentare luoghi affollati e favorire assembramenti. Non dobbiamo abbassare la guardia”.

aulss3 veneto